La compagnia petrolifera statunitense Chevron Texaco ha deciso di ritirare il suo personale dallo stato del Delta, in Nigeria meridionale, per motivi di sicurezza. Sabato scorso uomini armati avevano abbordato un'imbarcazione della compagnia e ucciso sette persone tra cui due americani - un dipendente Texaco e un contractor (tecnico di una ditta subappaltante). L'aggressione è avvenuta lungo il fiume Benin - uno dei tanti bracci che compongono il gigantesco delta del fiume Niger - e i lavoratori di Chevron Texaco stavano ispezionando gli impianti della compagnia a Dibi e Olero Creek, due delle decine di installazioni abbandonate poco più di un anno fa quando in quella regione del Delta erano scoppiata una guerra tra etnie rivali. Le violenze tra gang di Ijaw e di Itsekiri, le due etnie dominanti in quella zona, erano arrivate in agosto a coinvolgere la capitale del Delta, Warri: poi sembrava che una qualche pace fosse ristabilita. Così Chevron Texaco, che nel marzo 2003 aveva precipitosamente chiuso i pozzi e levato le tende, ora stava pensando a riprendere la produzione. In tempi normali la compagnia estrae circa 140mila barili di greggio al giorno in quella zona. L'aggressione di sabato ha consigliato una precipitosa marcia indietro. Dopo una riunione con le autorità a Warri i responsabili della compagnia hanno dichiarato che il lavoro è sospeso solo temporaneamente, anche se hanno anche espresso "preoccupazione" per le future operazioni. In effetti è la prima volta, in decenni, che degli stranieri sono presi di mira: finora il gigantesco risentimento delle popolazioni del delta nigeriano verso le compagnie petrolifere si era espresso con proteste (a volte a carattere politico, a volte disperate e semicriminali) occupazioni di impianti, perfino prese di ostaggi - ma nessun tecnico occidentale era mai stato ucciso.
Perché le compagnie petrolifere siano l'oggetto di tanto risentimento è lampante: i loro pozzi e terminal, ben protetti da filo spinato, guardie private e militari, sono circondati da milioni di persone che vivono in miseria. Nella percezione comune le compagnie petrolifere estraggono ricchezze enormi e non lasciano nulla: la Nigeria produce circa 2,1 milioni di barili di greggio al giorno e ne esporta circa 1,9 milioni, incassando 17 miliardi di dollari all'anno (2002). Ma è una ricchezza che scivola accanto ai villaggi del delta senza lasciare nulla più che l'inquinamento, il bitume nerastro sversato da pozzi e oleodotti difettosi che macchia lagune e campi e in molte zone ha distrutto agricoltura e pesca. Spesso i villaggi accanto ai terminal petroliferi non hanno neppure l'elettricità. Mancano i servizi più essenziali. Le compagnie sono accusate inoltre di essere complici della repressione militare, che è stata feroce in passato e resta forte anche con il ritorno alla democrazia (vera o presunta). Certo, con la fine della dittatura militare (nel `98) il governo federale nigeriano ha avviato una redistribuzione dei proventi del petrolio. La Costituzione approvata nel `99 assegna il 13 percento del reddito derivato dagli idrocarburi agli stati che li producono, e gli stati del delta hanno cominciato a ricevere un po' di denaro, anche se con notevoli ritardi. Una Commissione per lo sviluppo del Delta del Niger istituita dal governo centrale ha avviato progetti di infrastrutture, sanità, istruzione, sviluppo rurale e urbano, con il contributo della Banca mondiale e delle compagnie petrolifere.
Ma tutto questo ha alimentato delle élites locali di notabili e affaristi e creato poco "sviluppo". Anche le guerre etniche sono per lo più manovrate da notabili di clan e gruppi di potere locali in concorrenza per il controllo dei proventi del petrolio: i proventi legali e anche quelli di un fiorente commercio illegale di greggio sottratto dagli oleodotti, un contrabbando di dimensioni considerevoli (tra i 100 e i 300mila barili al giorno) che deve avere complicità estese. Insomma, per la gran parte della popolazione del delta è cambiato poco o nulla, ma la competizione attorno al petrolio ha raggiunto livelli di violenza impressionanti. E per la prima volta ne hanno fatto le spese anche tecnici stranieri.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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