La giunta di Milano sta avviando le procedure per collocare in Borsa il 17,6% di Aem, parte al servizio di obbligazioni convertibili in azioni dell' ex municipalizzata e parte per contanti. L' incasso, circa 500 milioni di euro, servirà per fare importanti opere pubbliche. L' iniziativa ha suscitato molte, ragionevoli obiezioni. E tuttavia ha motivazioni sulle quali vale la pena di riflettere. Per far fronte agli investimenti un Comune ha due strade, non necessariamente alternative: accendere nuovi debiti; vendere porzioni del patrimonio. Il sindaco Gabriele Albertini manifesta una certa ritrosia ad aumentare l' indebitamento pur fermo da sette anni. Benché goda di un rating analogo a quello della Repubblica italiana, il Comune non ha ampliato il ricorso al credito per ottemperare ai vincoli del Patto di Stabilità sulla finanza locale. Nel 2004, è vero, ha deciso di ricorrere al mercato obbligazionario, ma non fino al punto di poter evitare l' operazione Aem. Albertini affronta il finanziamento delle opere pubbliche come farebbe ogni serio imprenditore quando accende un mutuo per edificare un capannone, e dunque prevede un piano di ammortamento per il rimborso di capitale e interessi. Immaginando di sostituire un mutuo di 15 anni al 2,3% variabile all' incasso previsto con l' operazione Aem, il Comune pagherebbe una rata annuale di circa 40 milioni di euro. Se scegliesse un tasso fisso del 4,3%, per avere maggiore sicurezza sul lungo periodo, la rata salirebbe a 46 milioni. In questa logica ha ragione Albertini. Usare porzioni di patrimonio è più conveniente di fare debiti: vendendo il 17,6% di Aem, infatti, il Comune rinuncerebbe a circa 13 milioni di dividendi l' anno, una cifra ben inferiore alla rata del mutuo. Ma è possibile anche pensare diversamente. La giunta potrebbe varare l' emissione di Buoni ordinari del Comune (BoC) al 2% e avere così un onere finanziario inferiore ai dividendi Aem che continuerebbe a incassare. E il capitale? Milano ha un bilancio tale da reggere un indebitamento costante ben più alto di quello attuale. D' altra parte, se estinguesse subito i mutui con la Cassa Depositi e Prestiti, circa 502 milioni di euro, e ne accendesse di nuovi ai tassi correnti, il Comune risparmierebbe interessi per 30 milioni l' anno. Ma la scelta di Albertini apre una questione più generale: se cioè sia opportuno vendere aziende e partecipazioni secondo una logica finanziaria, qual è la copertura delle opere pubbliche, e non in una logica industriale, quale sarebbe il giudizio sui vantaggi e gli svantaggi della presenza municipale in certe aziende. In quest' ultimo caso, forse avrebbe più senso cedere presto e tutta la Sea con i suoi aeroporti e, al momento, rimanere forti in Aem per farle assumere un ruolo propulsivo nel settore energetico dove i privati, da soli, non riescono a esprimere un' alternativa all' Enel e all' Eni. Ma per una diversa e più radicale agenda delle privatizzazioni ci vorrebbero una forza e una convinzione che a Milano nessuno oggi possiede.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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