Guardare se stessi diventare il nemico. Una nazione che si vuol credere l' incarnazione terrena del Bene relativo, contempla attonita la sequenza che ormai ogni giorno illumina la storica battuta del cartoon Pogo, l' idolo di Bush ragazzo: "Ho incontrato il nemico e il nemico siamo noi". Se è vero che già il ‟Washington Post” possiede un nuovo CD con mille immagini nuove e qualcuno sta già trattando per comperare video inediti, la legge implacabile della banalità del male che in guerra può trasformare ogni "onesto cittadino" in potenziale carnefice, sarebbe scattata anche questa volta. Una mela, due mele, quante mele marce? E se bacato fosse invece il frutteto?, si domanda una nazione che le foto hanno scosso dal proprio denial, dal rifiuto psicologico di accettare il trauma morale dell' Iraq. C'è ancora, ma ormai è un residuo pallido nei più disperati, la speranza che sia tutta una montatura, un reality show. Racconta Howard Kurtz, critico dei mass media dentro il ‟Washington Post”, che il suo giornale, come il ‟New York Times”, come tutte le maggiori testate, "bucò" la prima serie di foto nella speranza che fossero uno di quei classici prodotti della propaganda che ogni guerra partorisce. Non venivano conferme, dal Pentagono, nonostante già tre inchieste insabbiate da mesi e denunce ignorate dalla Croce Rossa. Neppure la Cbs tv, che fece lo scoop, era riuscita ad avere verifiche dal Pentagono, che chiedeva soltanto di rinviare la trasmissione per "carità di patria". La verità, confessano oggi direttori di giornale, è che non potevano credere alla stupidità (il senatore Jay Rockefeller la chiama "ignoranza") di un' amministrazione che aveva rimesso in funzione il monumento alla barbarie che era andata ad abbattere. "Se questa amministrazione Bush tanto mal consigliata dai neo conservatori avesse davvero capito qualcosa dell' Iraq - dice il moderatissimo senatore democratico Jay Rockefeller, erede della famiglia che donò il terreno sul quale sorge il Palazzo dell' Onu - avrebbe mandato immediatamente i bulldozer per radere al suolo Abu Ghraib". Invece, nella scodella dei corn flakes, oggi l' America fa colazione da sei giorni con quella soldatessa con la cicca in bocca che si diverte a mimare la castrazione dei prigionieri, a portarli a spasso come cagnetti, mentre i colleghi maschi, nella loro ossessione-tentazione omofobica, li costringono a un' ammucchiata con sederi al vento. Neppure il pubblico della santa destra, quella che si indignava per le acrobazie onaniste tra Bill e Monica, riesce a razionalizzare la vergogna di essere diventati il nemico. Di avere fatto, come dicono Juan Cole, professore di studi mediorientali all' Università del Michigan e Mark Ginsburg, ex ambasciatore in paesi arabi, "il miglior spot propagandistico che Al Qaeda potesse sognare". L' America della destra cristiana è anche l' America puritana e quel carcere era, prima che una "villa triste" di torture, chiaramente un bordello della violenza. "Queste cose accadono ogni giorno nelle nostre carceri, perché non sarebbero dovute accadere a Bagdad?", domanda un ex detenuto al ‟Los Angeles Times”. Ora mandano il comandante di Guantanamo in quel carcere? "La volpe a guardia delle galline", commenta il ‟Seattle Times”. Inorridisce Andrew Sullivan, profeta della sinistra diventata neo con dopo l' 11 settembre, che si domanda ormai se i "Bushies", se questo gruppo dirigente, "sappiano che cosa demonio stanno facendo". Ci ha provato soltanto Rush Limbaugh, profeta radio della Vandea americana, a sostenere che in fondo è una festa da dormitorio un po' osé, come tra studenti ubriachi che devono "sfogarsi" dopo un esame. Ma è rimasto solo. Persino Bill O' Reilly, che guida il più seguito show sulla Fox News e aveva stigmatizzato noi europei per avere "esagerato" il caso, leggendo stralci anche di un commento da Repubblica, ammette la sconfitta terribile nella guerra delle immagini. "Se in quel carcere avessero anche abusato delle donne, nel reparto femminile, come sembra, il danno sarebbe irreparabile". La gente, il mitico "animale collettivo" che deve metabolizzare anche questo effetto collaterale di una guerra gonfia di sottintesi religiosi e razziali, si riversa nei forum di internet e nelle lettere ai giornali per chiedere conto ai capi della vergogna. "Noi facevamo quello che ci dicevano di fare", si difende uno dei carcerieri, in una accorata lettera anonima. "Lo slogan centrale di Bush è integrità e responsabilità" scrive un lettore al San Francisco Examiner "qualcuno deve assumersi la responsabilità. Non è stato un caporale a decidere". I più vecchi ricordano l' incredulità che accompagnava le denunce dal Vietnam della "solita sinistra anti patriottica". Si spera nella "punizione dei colpevoli", formula salvifica della democrazia imbarazzata. "Ma fino a quale grado?", si domanda il generale Clark, "La democrazia si ferma ai marmittoni e risparmia i ministri?". Neppure i più accaniti avversari della guerra oggi osano concedersi il piacere amaro del "ve l' avevamo detto", perché anche loro, come americani, sono oppressi dall' imbarazzo di scoprirsi moralmente nudi davanti al mondo. Anche il meno "bushista" qui deve pur credere che la guerra fosse sbagliata, ma che l' America rimanga giusta. "Se questa è la guerra del Bene, come può produrre tanto Male?", domandava la madre di un soldato al fronte, un' insegnante di scuola media, al candidato democratico John Kerry, ieri l' altro, spiegandogli di tenere ormai tutti i televisori spenti in casa, e il giornale del mattino intonso, "per non vedere". Per credere davvero al pentimento dell' America e alla sua "superiorità" democratica, tanti ormai chiedono la punizione non soltanto del soldato Ryan divenuto l' aguzzino Ryan, ma di qualche alto papavero a Washington, magari Rumsfeld. Ma Bush è sempre meno il comandante e sempre più il prigioniero del nemico che ha dentro casa.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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