Le mostrine da generale del vecchio esercito di Saddam Hussein ben visibili. La divisa impeccabile, compresi i simboli del partito Baath e il berretto rosso delle truppe scelte della Guardia Repubblicana. E quando i suoi uomini si sono messi sull' attenti alla periferia di Falluja, ha voluto venisse issata la bandiera di sempre, quella per cui ha servito da soldato per oltre trent' anni. E' stata un ritorno al passato la soluzione pensata dagli americani per cercare di porre fine all' assedio di Falluja. Uomo chiave si rivela il generale Jasim Mohammed Saleh. A lui i comandi dei marines si sono rivolti con la speranza che sia in grado di riuscire dove loro hanno fallito: pacificare l' enclave sunnita di Falluja, battere la guerriglia, requisire le armi pesanti, catturare i volontari arabi venuti dall' estero. Baathista doc, porta ancora i baffoni ben curati a copia di quelli tipici dell' ex dittatore - ora in cella in attesa di processo - ex comandante dei gruppi d' assalto al tempo della Guerra con l' Iran negli anni Ottanta, generale della fanteria nel conflitto del Golfo contro la coalizione guidata dagli americani nel 1991, ufficiale di Stato maggiore sino a un anno fa, Saleh incarna adesso la nuova politica americana del riabilitare i militanti del partito Baath nella speranza di trovare nuovi alleati in un Paese sempre più ostile e disgregato. Ieri mattina stava organizzando i suoi uomini. Tutti volontari, tutti ufficiali e truppe scelte del vecchio esercito. Dovrebbero essere compresi tra le 600 e le 1.100 unità. "Opereremo a Falluja senza la presenza degli americani, che qui la popolazione detesta. Sono un iracheno tra gli iracheni", ha detto Saleh davanti a un centinaio di persone che applaudiva al suo arrivo. Difficile sapere come andrà a finire. Gli inizi, però, sono incoraggianti. Ieri si è sparato meno che nei giorni precedenti, quando ogni annuncio di cessate il fuoco è stato puntualmente seguito da una ripresa degli scontri con vittime e devastazioni. Ma non sono mancati gli incidenti. In serata è esplosa un' autobomba vicino a un drappello di marines, causando due morti e almeno sei feriti. I comandi americani restano scettici. "Il nostro non è un ritiro, semplicemente stiamo ridispiegando una parte delle nostre truppe per lasciare posto alla nuova forza irachena", ha spiegato il generale Mark Kimmitt, portavoce delle truppe statunitensi in Iraq. La città in effetti rimane assediata. Gran parte delle decine di migliaia di profughi fuggiti dall' inizio dei combattimenti, il 4 aprile scorso, non sono potuti rientrare. Mancano energia elettrica e acqua. Ma questo di Falluja potrebbe davvero essere un esperimento che indica la via da seguire in vista della nascita del nuovo governo iracheno con maggior indipendenza entro il 30 giugno. Già una decina di giorni fa il governatore americano a Bagdad, Paul Bremer, aveva annunciato la riabilitazione dei militanti del Baath, il partito di Saddam Hussein. Nei prossimi giorni potrebbero tornare al lavoro centinaia di migliaia di docenti, amministratori pubblici, poliziotti e militari che erano stati accusati di appartenere alla macchina repressiva del raìs. Per molti osservatori si tratta di una misura "troppo limitata che giunge troppo in ritardo". In effetti sono gli stessi uomini del Pentagono ad ammettere che la decisione un anno fa di smantellare tout court esercito e polizia fu un tragico errore. Molti dei soldati e degli agenti dimessi sono oggi nelle file della guerriglia e invece avrebbero potuto contribuire a controllare in anticipo i fenomeni del banditismo e del caos che hanno caratterizzato l' Iraq del dopoguerra. Non è chiaro se lo stesso provvedimento potrebbe servire per sedare le rivolte nella zona sciita di Najaf e Kufa, dove è asserragliato l' imam estremista Moqtada al Sadr. Qui infatti gli sciiti si sono sempre visti come vittime del partito Baath. "Se arrivassero i soldati del Baath vorrebbe dire che gli americani si sono alleati ai nemici dell' Iraq", ha dichiarato bellicoso un portavoce di Moqtada. Ieri l' imam estremista ha ribadito la sua intenzione di rilanciare la guerra santa e accusato gli americani di voler "distruggere l' Islam.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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