Il distretto di Shortepa, in Afghanistan nord-orientale, è lungo quasi 120 chilometri e in certi punti largo non più di un paio: corre lungo le rive dell'Amu Darya, il fiume che segna il confine con l'Uzbekistan. E negli ultimi mesi, è andato in gran parte sott'acqua. Le alluvioni dell'Amu Darya, croniche e negli ultimi tempi sempre più frequenti e disastrose, sono l'ultima emergenza "ambientale" di questa regione afghana. Le alluvioni hanno costretto centinaia di famiglie a sfollare e hanno sommerso alcune delle terre più fertili della regione, non a caso quelle vicine al fiume. Quest'inverno è stato il peggiore da parecchio tempo, riferisce un giornalista di Mazar-e-Sharif, capoluogo dell'Afghanistan settentrionale (i resoconti di Shafiullah Noorzada sono ripresi dall'Institute for War and Peace Reporting, www.iwpr.org). Almeno 500 famiglie di otto villaggi sono state costrette alla fuga: molti si sono rifugiati presso parenti o conoscenti a Mazar, riferisce Khal Morad, il delegato di Shortepa alla Loya Jirga, la Grande Assemblea (cioè la cosa che più assomiglia a un "deputato" di quel distretto di frontiera). Hanno perso case e campi, sono diventati "sfollati ambientali", o rifugiati interni alla loro stessa regione. Shortepa si trova circa 125 chilometri nord-est da Mazar-e-Sharif.
Le ragioni del disastro sono probabilmente più d'una, ma i vecchi o notabili di Shortepa ne indicano una in particolare: la deforestazione. I vecchi dicono anche che le esondazioni del fiume sono cosa antica, tanto da entrare nelle leggende locali - compreso il nome Shortepa, che significa "collina salata" in lingua dari (idioma imparentato con il farsi parlato nell'Afghanistan nord e ovest): era il nome di una collina che fu sommersa in tempi più o meno remori e poi è riemersa, al centro del fiume. Il fatto è che le naturali alluvioni sono diventate più frequenti e più imponenti negli ultimi anni perché le pendici delle montagne sono state denudate senza molto riguardo, boschi tagliati per vendere il legname. Le pendici di colline e montagne, denudate, non trattengono acqua quando ci sono grandi piogge - e l'acqua piovana, nella corsa verso valle, porta via il terriccio (è l'erosione del suolo) che poi forma sedimento nel letto del fiume. Laggiù dicono che sulla riva Uzbeka il danno è minore perché i boschi sono meno danneggiati e hanno costruito argini di cemento.
Fermare l'erosione del suolo e le alluvioni è cosa urgente e indispensabile, ma è anche un progetto a lungo termine. Nel frattempo, per salvare il salvabile, a Shortepa hanno cominciato a costruire argini con i sacchi di sabbia. Si tratta di pura urgenza: il 90 percento delle terre allagate erano coltivate, in certi punti la riva del fiune si è sportata anche di due chilometri, spiega il deputato alla Loya Jirga al giornalista di Mazar. Almeno 200 ettari di terra arabile sono stati sommersi, e quelle famiglie vivono di nient'altro che agricoltura (l'Amu Darya è anche uno dei grandi passaggi del contrabbando di droga verso il nord, ma quel traffico non arricchisce certo i villaggi locali). Per correre ai ripari dunque, in febbraio il Provincial Recontruction Team di Mazar-e-Sharif (che in quella zona dell'Afghanistan è diretto dal contingente britannico della forza multinazionale) ha donato 8.500 dollari per l'acquisto di 50mila sacchi di sabbia e ha messo a disposizione carburante e qualche altro aiuto per costruire una sorta di diga. Un'organizzazione non governativa locale chiamata Shafaq ha portato sacchi e carburante a Shortepa. La manodopera è la gente del distretto, che ha a disposizione dei trattori e le proprie mani. Finora hanno riempito 28mila sacchi di sabbia e una terra argillosa rossastra scavata dal fiume; con questi e tirato sù uno sbarramento lungo 60 metri (un terzo della larghezza del fiume) e alto 2 metri sul livello del fiume, per deviarlo e salvare le zone agricole allagate. Tronchi e cespugli sono serviti a rafforzare la barriera di sacchi. per il momento la diga tiene: ma è evidente che si tratta di un rimedio di fortuna, parziale e del tutto provvisorio.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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