La compagnia petrolifera brasiliana PetroBras ha messo a punto il progetto per costruire una strada lunga 45 chilometri attraverso un tratto remoto e ancora isolato di foresta amazzonica, in Ecuador, nel cuore del Parco Nazionale Yasuni. Lo apprendiamo dal bollettino Environmental News Service, che giorni fa ha pubblicato l'allarme lanciato da un biologo statunitense che lavora nella "stazione di ricerca" situata all'interno del parco stesso (Matt Finer, www.ens-newswire.com, 28 aprile). La nuova strada, avverte, sarebbe una via del tutto nuova in una zona di foresta pluviale primaria ancora intatta: se costruita innescherà una inevitabile ondata di "colonizzazione" in uno degli ultimi rifugi di bio-diversità minacciata. Dal punto di vista ambientale, una risorsa preziosa è a rischio. Il Parco nazionale Yasuni era stato designato nel 1989 come "Riserva della biosfera" dall'Unesco. Pare che racchiuda la più alta densità al mondo di diversità vegetale per ettaro; vi sono state trovate oltre 1.100 specie di piante legnose in una singola zona di 25 ettari, più di ogni altro sito conosciuto. E' anche uno dei pochi posti al mondo dove specie minacciate come il giaguaro ancora vagano in libertà, o rare specie di scimmie ("lanosa", e "ragno"), o certe aquile che vivono cacciando piccole prede attraverso "buchi" e radure nella canopea lussureggiante della foresta.
Il punto è che la strada progettata da PetroBras (attende solo il via libera definitivo dal governo ecuadoriano) rischia di non restare sola in quella sezione del Parco. Immediatamente a ovest del sito brasiliano c'è quello dato in concessione alla compagnia canadese Encana, che sta preparando operazioni massicce di test sismici. A est invece è la Itt che sta preparando un grande progetto per sfruttare quella che sembra la maggiore riserva provata dell'Ecuador, un giacimento di oltre 2 miliardi di barili di greggio. "La strada di Petrobras potrebbe costituire il precedente per una nuova ondata di costruzione di strade all'interno del Parco", avverte il biologo. Del resto i precedenti ci sono già: altre zone del Parco Yasuni sono già bucherellate di pozzi di petrolio, e gli sfruttamenti hanno già portato altre strade. E hanno portato proteste - tra l'altro, dalla regione di Lago Agrio parte l'oleodotto Ocp, che traversa anche una parte del Parco Yasuni e trasferisce il greggio da quella regione fino a Esmeralda sulla costa del Pacifico: ed è ormai operativo. Quanto alle strade, la costruzione della carrettera Maxus, nei primi anni `90, aveva suscitato proteste e opposizioni: a distanza di dieci anni è chiarissimo che con la strada sono arrivati bracconaggio e colonizzazioni (che "accelerano ormai senza controllo", dice Finer). La stazione di ricerca biologica ne vede le conseguenze, la popolazione di scimmie che tenevano sotto osservazione ormai si assottiglia a ritmno più alto delle nuove nascite - quelle "lanose", dicono i ricercatori, sono vicine all'estinzione su scala locale. Si allarmano: il progetto di PetroBras ora cade nel silenzio generale, c'è da temere il peggio.
D'altra parte non sono solo biologi e naturalisti ad allarmarsi. La nuova strada, secondo il progetto, taglierà nel territorio del Rio Napo abitato dalla comunità Chiru Isla Quichua, ed entrerà nel territorio ancestrale dei nativi Huaorani. Arriverà probabilmente a contatto con una particolare comunità Huaorani finora isolata - come primo contatto con la "civiltà" non è dei migliori. Ora, il "territorio ancestrale" è riconosciuto dalla legge come riserva su cui la popolazione indigena ha pieni diritti: a cominciare dal diritto di voce in capitolo. Eppure non sembra che siano stati consultati, come del resto non lo sono stati per le concessioni petrolifere. Una piccola organizzazione ambientalista ecuadoriana, Accion por la Vida, ha preso contatto con le tribù Huaorani di quella zona e appreso che anche loro sono contrarie alla nuova strada. Per il momento gli ambientalisti sono riusciti a ottenere dal Ministreo per l'Ambiente solo un rinvio. La battaglia è solo all'inizio.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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