È la voce di un uomo insospettabile a friggere "Rummy" sulla sedia rovente del teste divenuto imputato. "Signor ministro", domanda una, due, tre, sei volte il senatore John McCain, il reduce dalle torture di Hanoi, al ministro sulla sedia che scotta, a Donald Rumsfeld, "chi aveva autorizzato i torturatori?". "Forse... il generale le dirà...". "No, signor segretario, voglio saperlo da lei, dal responsabile della Difesa, non da un generale". "Sì... no... aspetti... mi faccia... veda... il generale potrebbe spiegare...". "No, signor segretario, lei non capisce, voglio sapere fin dove arriva, in alto, nel governo della nostra repubblica, questa storia". Vuole sapere quello che tutti sanno già, che Rumsfeld è ormai, politicamente, un morto che parla. Donald Rumsfeld, l' ex "Rummy d' Arabia", il fustigatore della imbelle "vecchia Europa" oggi fustigato, si contorce sulla sedia, non può rispondere. Non può farlo perché ha giurato di dire la verità e la bugia gli potrebbe costare la galera, ora che qualche mano lavora sott' acqua per preparare una procedura d' impeachment, di incriminazione e le pressioni perché sia dimetta, montano. E la domanda del repubblicano McCain rimane appesa nell' aula del Senato, come la verità di questa che tutti ormai chiamano semplicemente the catastophe. Che sotto al processo a un uomo e agli orrori di Abu Ghraib è cominciato il processo a una politica. "Lo scandalo arriva fino allo Studio ovale", commenterà l' avversario di Bush, Kerry, che in quello studio vorrebbe entrare. Per questo, chi si aspetta, o desidera, le dimissioni o l' impeachment dimentica che licenziare "Rummy" oggi significa scaricare la strategia e la scelta politica di un intero gruppo dirigente. Bush deve salvare Rumsfeld per proteggere se stesso e tanto ha ammesso il ministro: "Non darò le dimissioni ora, perché sarebbero lette come un fatto politico". Precisamente. La reciproca omertà di questa amministrazione può essere spezzata soltanto se la permanenza di "Rummy" sulla massima poltrona del Pentagono diventasse un passivo per il presidente, e le dimissioni diverrebbero allora, ha detto, "possibili". "In un minuto" ha mormorato. Nell' attesa del sacrificio rituale suo o di qualche generale, l' onore dell' America, e il morale dei 138mila soldati che, insieme con i nostri, sono esposti ogni giorno alla guerriglia, resteranno a girare nel vento di una vicenda che il vecchio senatore Kennedy ha riassunto in una formula retorica: "La statua della libertà è stata spodestata dall' immagine del prigioniero incappucciato come simbolo degli Stati Uniti nel mondo". Una immagine da comizio, ma purtroppo vera, perché Rumsfeld ha dovuto confermare quello che da giorni a Washington si sa, tremando. Che esistono almeno due Cd-Rom, dischi da computer, con "migliaia di foto inedite e con un video", che il Pentagono ha in mano da gennaio e lui ha finalmente visto, venerdì sera, controvoglia, poche ora prima di andare a deporre sotto giuramento in Senato. "Vi assicuro che non sono immagini carine". Nessuno dubita che questa volta abbia detto la verità. Il peggio deve ancora venire. Ci sono 42 casi di "morti sospette" e la sola terapia possibile non è soltanto scusarsi, ("I apologize", ha detto, chiedo scusa) ma dare aria alla montagna di biancheria sudicia. La cura, come tutti ripetono in coro per rassicurare la gente e gli alleati, è il vento risanatore della democrazia in action, inchieste, verità, teste che rotolano. Ma quali inchieste? Quelle che dal 14 gennaio il Pentagono conduceva internamente, senza avvertire - vogliono ora farci credere i generali - i superiori civili del ministero e il Presidente? è sufficiente pubblicare, come fecero i comandi, uno smilzo comunicato stampa per annunciare che "indagini erano in corso su presunti abusi su prigionieri" per sostenere che il pubblico era informato? Rumsfeld non ha risposto e non poteva rispondere, perché la responsabilità della "catastrofe" che ha "devastato" il mondo (ha detto la senatrice Hillary Clinton, che sedeva in commissione) è sua, secondo la legge della democrazia in azione, che per non essere soltanto sceneggiatura della democrazia, non si può fermare davanti alle poltrone, alle mafiette o al numero delle stelle sulle spalline, ma deve risalire su per la "catena di comando", come chiede McCain. Fu lui, gli ha rammentato la senatrice Clinton, ad annunciare ufficialmente che i cosiddetti "combattenti nemici" rastrellati a casaccio "non sarebbero stati considerati prigionieri di guerra", lasciati a disposizione di chi li voleva detenere a volontà, a Guantanamo, in Afghanistan, in Iraq, e soften up, ammorbidirli a legnate. Se è lecito applicare metri di misura umana a un personaggio di disumana arroganza ("non capisco tutto questo casino per un paio di vecchi vasi portati via da un palazzo", disse nei giorni dei saccheggi) il falco spennacchiato faceva ieri quasi pena. Le sue spiegazioni, contrite, interrotte da autentici scatti di collera, non possono avere aumentato le sue quotazioni in una Washington dove si sente l' odore del sangue. La conventicola petulante degli ideologi neocon - che ha sempre avuto non in lui, ma nel suo vice Wolfowitz già indicato infatti come successore possibile, il proprio riferimento - bisticcia ma lo accusa d' essere stato troppo imprudente nell' illusione dell' "occupazione leggera". Se l' Iraq sarà perduto, la colpa sarà sua, dicono i duri e puri, non loro. Salgono, nell' effetto sifone, le azioni del suo avversario storico, Colin Powell, proprio mentre il Congresso sta per ricevere da Bush una nuova richiesta di soldi per pagare la cosiddetta "ricostruzione". Sono 25 miliardi di dollari, ufficialmente, che saranno realmente almeno il doppio e potrebbero essere la leva per ricattare Bush. Niente più soldi per Rummy e senza soldi, a Washington, sei morto. "Democracy in action". È lezione cruciale, quella che ieri l' America ha offerto in mondovisione: non c' è democrazia, senza un stampa e una televisione indipendenti dal potere politico. Se avessimo atteso "Rummy", consigliere di Nixon negli anni del Watergate, se la Cbs tv fosse stata imbavagliata, ancora non sapremmo nulla di Abu Ghraib. Quella prigione che lui aveva visitato in settembre, senza vedere, senza parlare. Senza sentire un grido.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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