La scena è Kabirwala, piccolo centro rurale del Punjab meridionale, Pakistan. Il fatto è una violenza sessuale: due giovani donne, 16 e 21 anni, stuprate da un proprietario terriero del luogo. Secondo lui e i suoi compari però quello non era uno stupro, bensì una "riparazione". Il giorno 30 aprile la jirga (consiglio) di villaggio ha deliberato sul fatto che uno di loro, Jaffar, era offeso dal fatto che il figlio di una povera famiglia di braccianti aveva intavolato una relazione con sua figlia. I notabili - tutti proprietari terrieri, e quasi tutti dello stesso clan di Jaffar - hanno deciso che per lavare l'affronto, questi era autorizzato ad avere rapporti sessuali con la sorella e la cognata del giovane (come dire: tu hai osato toccare mia figlia, io disonoro le tue donne). La delibera è stata subito eseguita. Un gruppo di uomini tra cui Jaffar è andato a prelevare le due ragazze e le ha portate in una casa dove è avvenuto lo stupro, mentre gli altri stavano a guardia davanti all'abitazione. Più tardi le due ragazze hanno raccontato di essere tornate a casa propria avvolte in un lenzuolo, perché i loro abiti erano stati bruciati, mentre nel villaggio rulli di tamburo e altoparlanti annunciavano che l'onore era stato vendicato.
Non è la prima volta che uno stupro è commesso con la pretesa legittimazione di una "sentenza": ma gli ordini di questi consigli di villaggio non hanno alcun valore legale. Un caso analogo era accaduto all'inizio del 2003, e aveva sollevato grande indignazione. Anche questa volta gruppi di donne e per i diritti umani sono insorti. Venerdì la polizia ha arrestato Jaffar e altre 5 persone che l'hanno accompagnato a compiere lo stupro.
La Commissione nazionale sullo status delle donne (organismo consultivo del governo) e la Commisisone per i diritti umani in Pakistan (indipendente) hanno chiesto che siano bandite una volta per tutte queste jirga. La Commissione per i diritti umani accusa: il governo si era impegnato a vegliare contro queste sentenze illegali, ma "questo terribile episodio dice che gli impegni del governo a eliminare la violenza contro le donne sono solo dichiarazioni di facciata". La realtà è che leggi d'onore fondate nella tradizione sono poi giustificate con l'islam, e le autorità sono restie a perseguirle per non "urtare i sentimenti religiosi". La Commissione sullo status delle donne aggiunge che "quell'ordine [di stupro] è ripugnante ai sensi dell'Islam e viola la costituzione del Pakistan", e chiede al parlamento di affrontare la questione della violenza contro le donne.
Il parlamento in effetti se ne sta occupando: una bozza di legge presentata da un deputato del Partito popolare (di Benazir Bhutto) propone di abolire le discriminazioni più pesanti contro le donne, tra cui i delitti d'onore e anche le Ordinanze Hudood, approvate durante la dittatura di Zia ul Haq e ispirate alle norme coraniche su "adulterio e fornicazione" (tra l'altro annullano la differenza tra stupro e adulterio, così una donna violentata è accusata di atti immorali). La proposta spacca governo e opposizione. Il presidente Musharraf ha appoggiato la proposta di abrogare le ordinanze Hudood, che è osteggiata invece dal primo ministro e ha fatto insorgere sia i partiti religiosi, sia l'altro partito dell'opposizione "laica", la Lega Musulmana. Alcune deputate di maggioranza e opposizione stanno cercando di costruire un'alleanza trasversale.
Ma non sono nuove leggi che possono rendere giustizia alle due giovani stuprate per vendetta - ora additate alla vergogna pubblica. "Questi sono feudali", ha detto l'altro giorno la più giovane di loro a un cronista della ‟reuter”: "La polizia appartiene a loro, il tribunale appartiene a loro, anche il governo appartiene a loro".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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