Il tribunale "per crimini speciali" di Timor Est ha emesso ieri un mandato di cattura per l'ex generale Wiranto, capo delle forze armate indonesiane nel 1999 quando le milizie filo-indonesiane spalleggiate dall'esercito regolare scatenarono il terrore nella piccola ex colonia portoghese che aveva appena deciso, con un referendum popolare, di optare per l'indipendenza dall'Indonesia. Per quel massacro - si stima che un migliaio di persone siano state uccise, e decine di migliaia costrette alla fuga - fu istituito a Timor Est un tribunale ad hoc, con l'appoggio delle Nazioni unite che hanno fornito assistenza e personale internazionale. L'ex generale Wiranto è il più illustre tra gli incriminati per quel massacro. L'atto di accusa era stato emesso oltre un anno fa, per "responsabilità di comando in uccisioni, deportazione e persecuzione commessi nel contesto di un vasto e sistematico attacco alla popolazione civile a Timor Est". Insomma: crimini di guerra. E però l'ex generale è oggi un candidato alla presidenza dell'Indonesia: la sua nomination è avvenuta meno di un mese fa, durante una conferenza del Golkar, il partito che per oltre trent'anni era stata la macchina politico-amministrativa di Suharto.
Il Golkar, che nel 1999 non aveva quasi osato condurre la campagna elettorale tanto era screditato come strumento della dittatura, è uscito vincitore dalle elezioni parlamentari del 5 aprile scorso: ha il 21,6 percento dei voti, contro il 18,5 del Partito democratico-lotta della presidente Megawati Sukarnoputri (per lei è un crollo, nel `99 aveva quasi il 34%). Certo, il risultato elettorale è estremamente frammentato, con 24 partiti rappresentati nell'Assemblea nazionale. Ma ora l'attenzione è spostata sulle presidenziali: il 5 luglio per la prima volta gli indonesiani sceglieranno un presidente per elezione diretta. E i candidati meglio piazzati per sfidare la presidente uscente sono due ex generali: uno è per l'appunto Wiranto, l'altro è l'ex ministro per la sicurezza interna Susilo Bambang Yudhoyono, che faceva parte del governo di Megawati ma se ne è dimesso qualche mese fa. Snobbato il Golkar, l'ex ministro ha tentato la sorte e ha avuto successo: il suo neonato Partito democratico ha preso il 7,5 % dei voti (e il 10% dei seggi all'Assemblea nazionale).
La battaglia presidenziale si annuncia feroce. Da un lato Megawati Sukarno, a cui tutti accreditano di aver più o meno stabilizzato l'economia ma accusano di aver lasciato galoppare la corruzione, e di essersi appoggiata sempre più ai militari: la sua perdita di consenso è evidente. Dall'altro Susilo, che ha raccolto il favore dei delusi dalla debolezza di Megawati e ha creato un apparato politico pieno di militari. Infine Wiranto, che ha ottimi finanziamenti e ha saputo usare a suo beneficio la macchina del partito, ancora forte tra i dipendenti dello stato. La prima concorrenza è stata sulla scelta del vicepresidente: Susilo ha messo a segno un buon colpo scegliendosi come co-candidato il superministro agli affari sociali Yusuf Kalla, originario di Sulawesi, devoto musulmano, e architetto dell'accordo di pace che mise fine al conflitto nelle isole Molucche (che però è ripreso la settimana scorsa). Megawati ha scelto Hasym Muzadi, leader della maggiore organizzazione sociale indonesiana, la Nahdlatul Ulama che affermna di avere 30 milioni di adepti - spera che le porti il consenso che a lei manca. Non ha ancora annunciato la sua scelta l'ex generale Wiranto, che intanto percorre il paese con lo slogan "salvare la nazione".
L'ordine di cattura per l'ex generale crea un cero imbarazzo, anche se l'Indonesia non ha mai riconosciuto il tribunale ad hoc istituito a Timor Est: Jakarta aveva aperto una sua inchiesta sul massacro del 1999, in cui Wiranto non figurava tra gli imputati (tutti di rango minore, e tutti assolti). Il governo indonesiano ha sempre affermato cioè che non riconosce a quel tribunale giurisdizione sui suoi cittadini, e infatti non ha mai concesso una estradizione. E però l'ex generale potrebbe avere un problema: altri paesi, che riconoscono la giurisdizione del Tribunale per i crimini speciali di Timor Est, potrebbero eseguire quell'arresto la prima volta che Wiranto viaggia. Già gli Stati uniti lo hanno messo sulla lista di persone a cui non concedere un visto - anche se la sua candidatura per ora non ha suscitato grande indignazione a Washington. Ieri, alla notizia del mandato di cattura, Wiranto ha commentato con scherno che i tribunali indonesiani lo hanno già assolto: "Rispolveranoquesta storia perché sono un candidato presidenziale. E' un tentativo di uccidere la mia figura".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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