Sembra proprio che l'artemisina abbia "sfondato": l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e altri enti delle Nazioni unite hanno deciso di acquistarne 100 milioni di dosi nei prossimi due anni, da usare nelle campagne contro la malaria. Artemisina è il nome di un farmaco estratto dalla corteccia di un albero, chiamato qinghaosu in Cina: e sono i ricercatori medici cinesi che ne hanno isolato un principio attivo che si è rivelato efficacissimo contro la malaria. L'artemisina è il primo antimalarico non derivato dal chinino, e non ha nessun effetto collaterale degno di nota. Come molti altri farmaci, l'artemisina esce dalla ricerca militare. I cinesi lo isolarono nel 1965, quando cercavano nuove cure antimalariche per le truppe vietnamite che stavano combattendo contro l'esercito americano (nello stesso periodo gli istituti di ricerca militare americani cercavano la stessa cosa, una cura per proteggere i propri soldati in Vietnam, e isolarono la meflochina, ora usata sotto il nome commerciale Lariam). La malaria resta la malattia più diffusa al mondo dopo la tubercolosi, colpisce circa 300 milioni di persone all'anno e ne uccide un milione (secondo i dati dell'Oms), di cui il 90 percento in Africa. E' dovuta a un parassita - il plasmodium falciparum - che si insedia nel sangue e attacca i globuli rossi: provoca attacchi di febbre altissima, in cicli che lasciano spossati. Ebbene: l'artemisina si è dimostrata capace di ridurre rapidamente la febbre e abbassa i livelli di parassiti nel sangue. Nei primi anni `90, durante un'epidemia malarica in Vietnam, l'artemisina ha fatto crollare del 97% il tasso di morte.
A rendere importante l'artemisina è ora il fatto che molti dei farmaci in uso stanno diventando inefficaci. E' uno dei motivi di allarme per l'Oms e tutti coloro che si occupano di malaria: sono comparsi ceppi mutati di plasmodium falciparum resistenti ai farmaci oggi in commercio, dalla vecchia clorochina (isolata negli anni `50) ormai del tutto inutile, fino a farmaci più nuovi e aggressivi, così che bisogna ricorrere a sempre nuove combinazioni (in Asia di sud est poi ci sono ceppi resistenti ormai a tutti i farmaci noti). Certo, anche l'artemisina potrebbe fare la stessa fine: così è stato deciso di usarla in cocktail.
Dunque la notizia (che troviamo sul ‟New York Times”) è che il ‟Global Fund”, il fondo internazionale per la lotta a Aids, tubercolosi e malaria istituito dal G8 del luglio 2001, ha deciso di investire 450 milioni di dollari nei prossimi 5 anni per comprare dosi del nuovo farmaco. Le agenzie di aiuti dei "donatori", in particolare americani e britannici, e Oms, Unicef e Banca mondiale, hanno accettato la nuova linea: 11 paesi hanno avuto fondi per comprare artemisina, e altre 34 hanno avuto istruzione di cancellare le ordinazioni per due vecchi medicinali (clorochina e sulfadoxina-prymethamina) e comprare invece quello nuovo. La svolta è netta, fino a tempi recentissimi le stesse agenzie erano riluttanti. Un esperto del Dipartimento per lo sviluppo internazionale del governo britannico dichiara al quotidiano newyorkese che a fargli cambiare idea è stata l'esperienza dell'Uganda, dove la resistenza ai farmaci comuni è passata dal 6% nel 2000 al 31 % nel 2003.
Il cocktail di artemisina per ora è prodotto da aziende farmaceutiche cinesi, indiane e vietnamite, e via via che sono aumentati i produttori il costo è passato da 2 dollari per la cura completa di 12 pastiglie a 90 centesimi. Anche la svizzera Novartis ne produce una versione. L'artemisina ha il vantaggio (o lo svantaggio, dal punto di vista delle aziende farmaceutiche) che si tratta di una pianta e dunque non è brevettabile - non si può brevettare neppure il processo per estrarre il principio attivo, che è molto semplice. Le sostanze usate nei cocktail sono per lo più vecchie, ormai fuori brevetto. L'unico problema che la materia prima - l'albero di qinghaosu - scarseggia: finora lo coltivano solo Cina e Vietnam, e in progetti pilota India e Tanzania, ma per confezionare i 100 milioni di dosi chiesti dall'Oms bisognerà coltivarne di più.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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