La controffensiva di Donald Rumsfeld riparte da qui. Dal carcere dello scandalo, dalle celle delle torture, tra i prigionieri vittime delle umiliazioni. Ma soprattutto parte dal bagno di folla con i soldati, con i comandanti, nelle caserme del suo contingente che tra gli applausi gli gridano di "credere ancora in lui". Guardando verso di noi, il piccolo drappello della stampa assiepato contro i muri nello stanzone che funge da mensa a Abu Ghraib, Rumsfeld ha parole di fuoco. "Non leggo più i giornali. In qualche modo devo difendere la mia salute mentale", dice scatenando qualche applauso dalla truppa. Ma subito dopo ci tiene a stringere la mano dei reporter a uno a uno, cercando in particolare quelle degli inviati arabi. Quando però vedono che sono ripresi dalle televisioni, alcuni di loro si tirano indietro. "No. Meglio di no. Chissà cosa mi capiterebbe se la mia foto con Rumsfeld girasse per l'Iraq", sussurra la giornalista di Al Jazira. Poco importa. Rumsfeld ha fatto questo viaggio a sorpresa per riprendere forza. A 71 anni si è sobbarcato 20 ore di volo, una giornata di incontri, la tempesta di sabbia e il ritorno a Washington nella notte, per ritrovare quella fiducia che davanti all'incalzare delle domande di fronte ai membri del Congresso era sembrata vacillare. "Sto meglio tra voi che non a casa", ammette parlando con il generale Ricardo Sanchez, comandante in capo delle truppe in Iraq e con il generale Geoffrey Miller, da febbraio responsabile di Abu Ghraib, che ieri ha annunciato la chiusura della prigione entro la fine del mese: la nuova struttura carceraria si chiamerà "Campo Redenzione" (il nome - ha detto Miller - è stato suggerito dal Consiglio di governo iracheno). Quando Rumsfeld entra nella mensa del carcere il suo passo è sicuro, sorride, fa battute. "Grazie a tutti, state svolgendo al meglio un compito nobile. Non credete a chi vi dice che la guerra è perduta. Non lasciate che venga buttato fango sull'America e il suo esercito solo per i crimini di un manipolo di persone. Sapete bene che questo Paese ha un futuro e voi lo state forgiando al meglio". Non si tira indietro nel parlare delle torture. "I responsabili saranno puniti. Si sono macchiati di colpe orribili, inqualificabili. Ma non dimenticate che in questo stesso carcere negli anni della dittatura di Saddam Hussein vennero torturati, uccisi, massacrati migliaia e migliaia di innocenti. Noi siamo qui per porre fine a quel periodo. La strada è lunga, difficile. Ma ce la faremo. Ce la farete. Assieme. Abbiamo commesso errori. Nessuno è perfetto. La differenza è che noi possiamo correggerli". Il pubblico, sono circa 700 uomini assiepati nella sala (sui 1.600 di servizio nel carcere), lo ascolta in silenzio. Non un fischio, non una protesta. Solo applausi di tanto in tanto. È apprezzato il suo richiamo alla guerra civile americana. "Sto leggendo un libro sul ruolo del generale Ulysses Grant in quei 4 anni di conflitto. Non mi fraintendente, non voglio dire che quella guerra e le operazioni in Iraq sono la stessa cosa. Il fatto è però che anche allora le vittime furono tante, le difficoltà e le sofferenze enormi. C'erano giornate in cui morivano 1.000 o addirittura 2.000 soldati al fronte. A ben vedere ci sono tante similitudini tra quello che scrivevano sui giornali in quegli anni e ciò che dicono oggi sui media". Poi arriva il paragone con Abramo Lincoln: Molti lo fecero oggetto di "critiche maliziose" per quel conflitto, salvo poi riconoscere a posteriori che ne valeva la pena". Da quella guerra "nacquero gli Stati Uniti, i loro valori, la loro democrazia. Così si dirà presto che anche la guerra in Iraq è valsa le sofferenze che ha provocato. La storia ci darà ragione". Così sono giustificati i quasi 800 morti americani dal 20 marzo 2003 a oggi. Dal suo ultimo viaggio in Iraq il 23 febbraio scorso (quello di ieri è stato il quinto in un anno) i caduti sono stati 230. In aprile hanno raggiunto quota 130 e dai primi di maggio sono già 38. Dopo il discorso sale su di un autobus corazzato e visita le tende dei prigionieri. I 3.200 assiepati dietro il filo spinato. I 29 di massima sicurezza nelle strutture di cemento fatte costruire da Saddam per i peggiori nemici della dittatura. E si dilunga a guardare l'ala che racchiude circa 500 tra guerriglieri e attivisti che da un anno sparano alle truppe Usa. Durante una pausa, bevendo un bicchier d'acqua, ripete uno dei suoi motti preferiti: "Gli uomini e le tartarughe sono molto simili. Nessuno fa alcun progresso se non tira fuori il collo dal guscio". Un motto che piace ai soldati. "Le vicende degli abusi nel carcere sono avvenute tanto tempo fa. Ben prima del nostro arrivo. E il segretario della Difesa fa bene a dire che i responsabili si contano sulle dita di una mano", commentano appoggiati a una colonna il sergente Branden Fitzgerald e il capitano Will Dickens, della compagnia Charlie 1/5, fiore all'occhiello della Prima divisione marine. Una scena simile si ripete a Camp Victory, nel vecchio palazzo presidenziale di Saddam nelle vicinanze dell'aeroporto di Bagdad. Qui è situato il vero quartier generale che coordina gli oltre 150.000 militari della coalizione guidata dagli americani. Rumsfeld insiste a che i soldati gli facciano domande. "Sono qui per ascoltarvi e per assicurarvi che non vi abbandono", esclama. E le domande sono tutte molto pratiche. "Mio fratello serve in Afghanistan. Io non ho ancora capito come funziona il sistema della rotazione per i volontari", gli dice un tenente. Ci sono anche due italiani, il maggiore dei carabinieri Silvano Ceccato e un ufficiale dell'aeronautica, Marco De Crignis. Hanno compiti di intelligence e di coordinamento tra comando americano e contingente italiano. "Da quando è scoppiato lo scandalo di Abu Ghraib non abbiamo trovato alcuna incrinatura nel morale dei soldati americani - dicono -. Qui c'è gente che crede davvero nella sua missione".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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