Ha capovolto ogni previsione, il risultato delle elezioni legislative indiane. Il partito del Congresso, guidato da Sonia Gandhi, ha ottenuto una vittoria netta. Il Partito nazionale indiano (Bjp) ha riconosciuto la sconfitta mentre il conteggio dei voti era ancora in corso, ieri a New Delhi: nel tardo pomeriggio il premier Atal Behari Vajpayee ha consegnato le sue dimissioni al presidente della repubblica Abdul Kalam (resta in carica ad interim fino alla formazione di un nuovo governo). Appena una settimana fa nessuno avrebbe scommesso che il partito di Sonia Gandhi avrebbe ottenuto l'incarico di formare il prossimo governo dell'Unione indiana. I numeri invece dicono proprio questo: su 545 seggi del Lok Sabha, la camera dei deputati, il Congress e la sua coalizione elettorale ne avrebbe ottenuti 218, piazzandosi come prima forza politica (il conteggio non è ancora definitivo). I partiti della sinistra, compresi i comunisti che hanno tenuto e migliorato le proprie posizioni in Bengala occidentale e nel meridionale Kerala, avrebbero 63 seggi: e la sinistra sosterrà un governo formato dal Congress. Il Bjp e la sua coalizione perdono un terzo dei seggi che avevano nella passata legislatura.
Il terremoto politico è completo. E dire che il premier Vajpayee aveva deciso di sciogliere il parlamento e convocare elezioni anticipate sulla scadenza naturale dei suo mandato (nel prossimo ottobre), convinto di otterere una schiacciante vittoria, anzi la maggioranza assoluta. "Il popolo ha dato il suo responso e io lo accetto", ha detto Vajpayee ieri sera, in un breve discorso tv trasmesso in tutta la nazione. Ma ha aggiunto, rivolto ai quasi 700 milioni di elettori: "Ho la soddisfazione che il nostro paese è ora più forte e prospero di quando ci avete dato il potere".

L'India brilla?
Il governo della destra nazionalista aveva puntato la sua campagna elettorale sullo slogan "shining India" , un paese che luccica di crescita economica (le previsioni per quest'anno sono attorno all'8%, addirittura il 10% secondo alcune stime). Un ottimo monsone l'estate scorsa aveva permesso un buon raccolto (e l'India resta un paese al 70% agricolo), alcune elezioni statali in autunno avevano premiato la coalizione governativa al di là delle aspettative. All'inizio dell'anno poi, con una inaspettata visita nella capitale pakistana Islamabad, il premier Vajpayee aveva avviato un processo di dialogo con il Pakistan che ha aperto per la prima volta da anni la speranza di una pace duratura. Tutti elementi che, secondo le previsioni, si sarebbero tradotti in una valanga di consensi per il governo e soprattutto per il 79enne primo ministro, che si è accreditato come il "volto moderato" della famiglia politica hindu.
Il Bjp era emerso sulla scena politica indiana nei primi anni `90 con una campagna di fondamentalismo identitario - la politica della hindutva, ideologia della supremazia della cultura e religione hindu sulle altre culture e religioni presenti in India, paese laico e plurale per costituzione. La data spartiacque resta il 1992, la distruzione di una moschea nella pianura del Gange che aveva innescato terribili scontri tra comunità. Arrivato al governo nel 1998, il premier Vajpayee ha esordito con i test atomici che hanno catapultato l'India tra le potenze nucleari. Poi ha puntato a distanziarsi dalla base tradizionale del fondamentalismo hindu, costruendo l'immagine di partito della modernizzazione, dello sviluppo economico e della stabilità - e per se stesso l'immagine dello statista che passerà alla storia per la pacificazione con il Pakistan. Quello che non ha funzionato è l'appello alla shining India, la campagna elettorale hi-tech con grande investimento in spot elettronici e messaggini Sms: Commento unanime in queste ore in India è che questo voto è la rivolta della gran massa degli indiani esclusa dai benefici della crescita economica.
Mentre i dirigenti del Bjp andavano davanti alle telecamere per riconoscere la sconfitta, a poche strade di distanza era grande festa davanti alla sede del Congress, a New Delhi.

Nel nome dei Gandhi.
Gran parte del merito della vittoria è attribuito all'instancabile Sonia Gandhi - che ha girato il paese come una trottola attirando ovunque grandi folle ai suoi comisi elettorali - e alla comparsa in scena dei suoi figli, Pryanka e Rahul (eletto deputato per la prima volta nel collegio elettorale di Amethi, dove venivano eletti il bisnonno Nehru e la nonna Indira). L'appello al nome della più illustre famiglia indiana è considerato da molti una delle debolezze del Congress, come se non fosse capace di sopravvivere se non aggrappandosi alla dinastia: ma allo stesso tempo resta un elemento di forza. E il Congress sembra rappresentare ancora, per l'elettorato, un'alternativa politica affidabile.
La leader del Congress ha dichiarato nel tardo pomeriggio che il suo partito è pronto ad assumersi il compito di formare un nuova maggioranza "per garantire al paese un governo forte, stabile e laico al più presto".
La prima incognita: chi sarà il primo ministro? Tradizione vuole che sia il leader del partito di maggioranza, e questo significa Sonia Gandhi. Le consultazioni con gli alleati cominceranno forse già oggi. nessuno si aspetta che il nuovo governo capovolga in modo drastico le riforme economiche avviate dal governo precedente: del resto erano stati governo del Congress, nel `91, ad avviare una relativa liberalizzazione dell'economia indiana. Il Congress e i suoi alleati - un centro-sinistra - promettono però di rivedere tempi e modi della liberalizzazione, cancellare i piani di privatizzazione di imprese strategiche sane, in generale badare che i benefici dello sviluppo siano meglio distribuiti - le riforme "dal volto umano".
Sonia Gandhi ha aggiunto ieri che il suo governo continuerà nell'iniziativa di pace con il Pakistan avviata dal premier Vajpayee. Del resto i primi commenti da Islamabad sono dello stesso tenore: "Il processo che abbiamo avviato ha il sostegno dei cittadini e dei partiti di entrambi i paesi", ha detto il ministro degli esteri pakistano Khursheed Mehmood Kasuri, "confidiamo che andrà avanti".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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