L'oracolo dei sondaggi avverte che in questo maggio 2004 la "guerra di Bush" in Iraq è diventata la guerra "per" Bush. Il presidente è in caduta di popolarità. Dunque a Bagdad, a Nassiriya, a Najaf, a Falluja, a Karbala, nelle camere delle torture e nelle tane dei macellai, come nei corridoi velenosi della burocrazia politica e militare washingtoniana, si combatte e si sgomita per tentare di salvare la rielezione di un George Bush che sta lentamente affondando aggrappato a una politica e soprattutto a un'immagine, che non può abbandonare. La popolarità del Presidente, l'indice di gradimento è sceso ieri al minimo storico della sua presidenza, al 42% (Newsweek ed altri). Ci furono in passato, altri Presidenti con "gradimento" anche inferiore, ma nessuno, dai tempi di Lyndon Johnson in Vietnam, aveva sperperato tanto, in vite umane, danaro pubblico, retorica e prestigio dell'America, per ottenere così poco. John Kerry non "prende", almeno non ancora e il suo lieve vantaggio su Bush (49 contro 45%) significa ancora poco, a sei mesi da voto. Ma il dato che sta sconvolgendo la Casa Bianca e che determina le azioni e i comportamenti di Bush, è che il Presidente sta perdendo il controllo dell'opinione pubblica americana. Il sintomo classico che la guerra in Iraq è ormai divenuta la guerra intestina del potere politico a Washington è il senso palpabile del "si salvi chi può" che si avverte e si legge ormai ogni giorno, dai discorsi pubblici, dagli articoli, dall'incarognirsi della destra mediatica, che risponde con il povero ragazzo sgozzato alle immagini delle torture, riducendo l'orrore provocato dalla guerra al ping pong di una truculenta par condicio. Dal fronte interno diplomatico, per la bocca di Colin Powell, abile navigatore delle poltrone a Washington, e di Paul Bremer, il "Kissinger boy" al quale fu scaricata la patata bollente dell'Iraq devastandosi la carriera, la affermazione che "l'America è pronta a ritirarsi se il governo iracheno lo chiederà". è la vecchia formula: proclama vittoria e taglia la corda. Ma subito risponde Bush, che svolazza e viaggia per il Paese, in aereo e in autobus per gli stati contesi del Middle West, quelli che decideranno le elezioni, si fa visibilissimo con discorsi e interviste televisive e radiofoniche, anche all'odiato network pubblico ‟National Public Radio”, la Rai americana ma indipendente e quindi considerata "di sinistra". Dichiara, a guisa di smentita contro Powell e i kissingeriani di Bremer, che "l'America resterà in Iraq fino a quando sarà instaurata la democrazia", dove naturalmente sarà democrazia quello che gli occupanti decideranno sia una democrazia. L'ultima scialuppa lanciata dai neocon, ora sono le elezioni accelerate, per creare una parvenza di legittimità, anche se le elezioni fossero truccate. Ogni decisione, ogni reazione, dal fronte iracheno, inclusa l'ispezione lampo ordinata al sempre pericolante Rumsfeld in quella prigione che gli americani ebbero la stoltezza di non radere subito al suolo, viene stabilita dal "generale Rove" dal direttore spirituale ed elettorale di Bush, Karl Rove, che ha ormai in mano il controllo dell'amministrazione impegnata nella lotta per sopravvivere alle elezioni del 2 novembre. è lui, Rove "ad avere più voce in capitolo di ogni altro, perché lui non sa niente di Middle East (di medio oriente) ma sa che cosa funziona nel Middle West (negli stati centrali dell'America)" ha scritto Thomas Friedman con la dolente amarezza di chi credette nella propaganda bellicista e ora deve constatare il disastro morale e strategico. Si chiamano fuori i teorici della "guerra al terrore", che ora accusano Rumsfeld, i generali e, naturalmente, le "mele marce" al fronte, di avere sbagliato le tattiche di applicazione. Kristol, Kagan, il nervoso Andrew Sullivan columnist del ‟Sunday Times” e autore di un seguitissimo weblog, il "caro diario" Internet, disconoscono il proprio figlio, la guerra, perché la creatura non è riuscita graziosa e docile come immaginato. Dopo avere tronfiamente imperversato per mesi ora scoprono addirittura di non essere mai esistiti, perché, se riescono a dimostrare di non essere mai esistiti, non potranno ovviamente essere accusati di avere perduto la pace. Il comportamento della dirigenza americana, e quello dei consiglieri di Bush, somiglia in maniera sempre più sbalorditiva alla Casa Bianca di Johnson negli anni '67 e '68, quando "l'ossessione 'Nam" consumava le giornate del Presidente. "Il sangue di mio figlio è stato versato per i peccati di Bush e Rumsfeld" ha detto il padre di Nick Berg, in un grido che i crociati della infamia islamica hanno preferito non ascoltare. Ma la condanna peggiore sarebbe se un giorno il padre di quel disgraziato e degli ormai quasi mille soldati morti in Iraq dovessero gridare che i loro figli e figlie sono morti per un sondaggio.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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