Correva l´anno 1933 e il presidente dell´Iri Alberto Beneduce scrisse a Mussolini una lettera sulla privatizzazione della Sip, Società idroelettrica Piemonte, a cui facevano capo tre delle cinque concessionarie telefoniche e parecchie centrali. Ne aveva discusso con il senatore Giovanni Agnelli, il professore Vittorio Valletta, Alberto Pirelli e il conte Vittorio Cini e la crème del capitalismo italiano aveva fatto delle offerte ridicole equivalenti a un rifiuto, solo Giovanni Agnelli si era detto interessato all´acquisto della Gazzetta del Popolo concorrente della sua Stampa. La Madre di tutte le privatizzazioni posposta a un modesto affare editoriale. Mussolini chiamò Beneduce e gli disse: "Non diamogli niente. Questi grandi industriali non se lo meritano, sono solo dei grandi coglioni". Da qui, a distanza di quasi mezzo secolo dai Padroni del vapore di Ernesto Rossi, parte l´inchiesta di Massimo Mucchetti Licenziare i padroni?. Grandi coglioni a volte, privilegiati sempre.
Un aspetto singolare di questa storia del padronato è che una vicenda economica tutta riferibile ai numeri ai profitti e alle perdite è invece percorsa dalla irrazionalità dei miti e delle utopie. Dominante dalla fondazione dello Stato ad oggi il mito di un capitalismo privato "buono" impedito da un capitalismo di Stato "cattivo". E´ il primo danno che Mucchetti affronta. Per restare nel presente, osserva, godono di ottima salute aziende pubbliche come la Volkswagen, la Electricité de France, l´Eni, l´Enel mentre sono in crisi le private Fiat, Olivetti, Pirelli, Edison. Hanno creato ricchezza fra il 1985 e il '97 la Telecom per 40 mila miliardi di lire, l´Eni per 64 mila, l´Enel per 12 mila mentre la Edison scendeva da 30 mila a tremila dipendenti e la Fiat bruciava negli ultimi anni 7 mila 300 miliardi.
Da sempre il capitalismo italiano usa un formidabile apparato di informazione per non informare. Siamo un paese in cui la Banca d´Italia e le altre grandi banche che possono contare su giornali, televisioni, uffici studi non si erano apparentemente accorte che la più grande azienda italiana, la Fiat, era sull´orlo del fallimento. E sì che tutti lo sapevano o potevano saperlo dalle vendita in calo e dai debiti in aumento, ma tutti hanno finto di cadere dalle nuvole quel 27 maggio del 2002 quando le banche hanno chiesto il consolidamento di una parte del colossale debito e, imponendo il licenziamento dell´amministratore delegato Cantarella, hanno reso noto che gli Agnelli non erano più padroni in casa loro. E questo è stato l´ultimo dei misteri, anche se misteri di Pulcinella, del nostro capitalismo.
Nessuno ha spiegato il licenziamento di Cantarella come nessuno aveva precedentemente chiarito quello dell´ingegner Ghidella, l´amministratore delegato di Fiat Auto prima glorificato e gratificato con il 40 per cento della Ferrari e poi messo bruscamente alla porta previo riacquisto per ottanta miliardi delle azioni Ferrari. E perché la Fiat aveva acquistato l´Alfa Romeo, un marchio di grande valore, per poi ridurla a una succursale. Oggi Prodi dice: "Io allora volevo vendere l´Alfa alla Ford ma tutti cercarono di impedirlo e ci riuscirono". Tutti chi? E perché la Finmeccanica, padrona dell´Alfa, decise di regalarla alla Fiat con aggiunta di 500 miliardi? Perché, come diceva Mussolini, i grandi capitalisti sono dei grandi coglioni? A volte pare che lo siano davvero. Il mitico senatore Agnelli, il fondatore, a chi gli proponeva la "madre di tutte le privatizzazioni", quella dei telefoni di Stato, aveva risposto "è un cattivo affare, la telefonia non ha avvenire, è un mercato per i ricchi".
Sì, a volte, se si pensa a tutte le occasioni mancate c´è da dubitare dell´efficienza dei nostri padroni del vapore: il mancato rilancio della chimica dopo la nazionalizzazione elettrica nel '66 quando c´erano i soldi e gli uomini per farla ma tutto si risolse in uno spreco colossale e poi la serie delle occasioni perdute, l´acquisto delle Chrysler da parte della Fiat, la penetrazione nel mercato americano della Olivetti, fino al dissennato shopping finale di aziende carissime da parte di aziende super indebitate come la Fiat, che non sa come pagare gli interessi debitori e intanto rilancia, vuol mettere le mani sulla Fondiaria, compera la Edison, ordina all´architetto Piano nuove meraviglie architettoniche per una autocelebrazione assurda, nella cupola del Lingotto.
Grandi coglioni i nostri capitani di industria?
Ma bravissimi però a concedersi tutti i privilegi, a cominciare dalle "scatole cinesi" per cui un Ligresti investendo 5,2 euro può controllarne 100, o un Tronchetti Provera con 153 milioni di euro dare la scalata alla Telecom che di euro ne vale 55 miliardi. Succedono cose che è meglio non spiegare alla gente comune. Tre alti dirigenti della Pirelli incassano una stock option di 456 milioni di dollari, una cifra superiore ai dividendi dei 71 mila azionisti per aver venduto all´americana Corning un "gioiellino", la Ottusa, che poi si rivelerà un bidone. Grandi coglioni i nostri re Mida, ma più ne combinano e più il "parco buoi", gli italiani comuni se ne innamorano, li imitano, ne fanno gli arbitri dell´eleganza, ammirano l´Agnelli dell´orologio sopra i polsini e della cravatta fuori dal pullover o di Tronchetti le scarpe Tods, le camicie di Loro Piana, gli abiti di Caraceni, gli orologi Millennium, le cravatte Marinella e persino il barbiere Colla.
Ma non ci sono soltanto gli Agnelli e i Tronchetti capitalisti chic, c´è anche, e più ammirato, il nuovo ricco anzi ricchissimo Silvio Berlusconi che è il più bravo di tutti a disprezzare la politica ma a usarla per farci su una montagna di soldi. Con i 250 miliardi che gli è costata Forza Italia, il partito aziendale, ci ricorda Mucchetti, è diventato capo del governo, nomina gli amministratori della Rai, un suo avvocato a presidente della commissione giustizia, un ingegnere di Lecco raccomandato di un suo vassallo a ministro, fa e disfa leggi e intanto il valore della sua azienda, la Fininvest, sale a 15 mila miliardi.
Massimo Mucchetti è un provinciale arrivato da Brescia con la ingenuità e la lucidità dei provinciali: scopre le cime abissali della nostra economia con uno stupore che non gli impedisce di descrivere il labirinto, di penetrare nelle sue combinazioni più riposte. Non è un moralista, non suggerisce soluzioni, non imposta processi, fa quel che i padroni del vapore hanno sempre cercato di non fare, spiegare ai concittadini come sono andate realmente le cose anche se il labirinto è tale che alla fine non si capisce come e perché lo abbiano così costruito.

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