Le popolazioni indigene, tribali e indiane del Suriname subiranno una catastrofe sociale e umana, oltre che ecologica, se lo stato si ostinerà a non riconoscere loro il diritto alla proprietà delle terre in cui vivono. E' un allarme, quello lanciato l'altro giorno da una delegazione di gruppi indigeni surinamesi in visita a New York, dove si sta svolgendo l'assemblea del «Forum permanente delle Nazioni unite sulle questioni indigene» - una sorta di assemblea delle «nazioni native» del pianeta. La delegazione surinamese ha insistito sul diritto alla terra, che poi è la base di tutte le «questioni indigene» un po' ovunque. Il caso del Suriname è peculiare, però, perché stiamo parlando sia di indigeni nel senso di nativi «originari», sia dei discendenti degli schiavi africani fuggiti dai loro negrieri nel 17esimo e 18esimo secolo, sia anche dei discendenti degli indiani (dell'India) e degli indonesiani portati in epoca coloniale dagli Olandesi come schiavi per le piantagioni agricole, e poi affrancati. Una stratificazione etnica dovuta dunque in gran parte alla storia coloniale, o la prima «globalizzazione» che dir si voglia: il risultato è che oggi il Suriname, già Gujana olandese, circa mezzo milione di abitanti in una relativamente piccola regione affacciata sull'oceano Atlantico nel nord dell'America latina, è tra le nazioni più etnicamente diversificate del continente.
La delegazione arrivata a New York rappresenta una popolazione di circa 12mila persone delle tribù Arawak, Carib, Trio a Wayana (indiani e indigeni, sia della costa sia delle regioni amazzoniche dell'interno) e i circa 50mila maroons, discendenti degli schiavi africani che nel Sei e Settecento avevano ricreato società libere nel folto della foresta surinamese, fino a diventare un'altra delle comunità della foresta. La questione del diritto alle terre ancestrali, hanno sottolineato, è ben più che una questione di principio. Il punto è che la principale fonte di reddito del Suriname sono le sue miniere di bauxite, cosa che da un lato rende il paese vulnerabile ai picchi e cadute del prezzo del minerale sui mercati internazionali, dall'altro spinge il governo a concedere concessioni minerarie a tutto spiano. Indipendente dal 1975, il Suriname ha visto una serie di colpi di stato e guerre civili. Nel 1992 una guerra interna con il Jungle Commando (organizzazione di ribelli maroon) era finita con un accordo di pace in cui lo stato si impegnava a riconoscere il diritto delle popolazioni indigene alle terre ancestrali - diritto del resto inscritto nei documenti fondamentali delle Nazioni unite ormai dal 1997. Ed è proprio l'Onu (il Comitato per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale) che nel 2003 aveva trovato il Suriname in «difetto»: continua a non riconoscere il diritto delle popolazioni native alle terre ancestrali, al contrario continua a suddividere quelle terre in lotti assegnati a imprese di disboscamento e aziende minerarie o piantagioni agricole.
Denuncia la delegazione newyorkese: le poolazioni indigene hanno appreso di quelle concessioni solo quando sono arrivati i bulldozer arrivati a far piazza pulita dei loro villaggi, senza nessuna consultazione previa né risarcimenti. Se la prendono con i piccoli cercatori d'oro che arrivano dal confine brasiliano e inquinano i fiumi con il mercurio (necessario a separare l'oro). Soprattutto, se la prendono con tre aziende minerarie, giganti multinazionali come Alcoa Inc (Usa), Bhp Billington (Australia) e Cambior Inc (Canada). Alcoa e Bhp hanno un progetto comune per estrarre e raffinare bauxite che include anche una centrale idroelettrica, in un sito occidentale molto vicino ai villaggi indii.
Il governo surinamese (in questo momento un governo civile) ha finora incassato le condanne Onu dicendo che le comunità indigene sono sempre state consultate sui progetti di sviluppo (cosa confutata dalle organizzazioni rappresentanti dei nativi) e che comunque che il diritto alla terra va conciliato con i progetti di apertura a investimenti stranieri di cui il paese ha bisogno. E con questa premessa, il conflitto è destinato a scoppiare.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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