Nell'ottobre 1996, in premessa a un testo prezioso sulla privatizzazione della Comit, l’ormai ex presidente della banca milanese, Sergio Siglienti, scriveva: "I poteri forti dovrò andare a cercarli in fondo alle scatole cinesi o inerpicarmi per le società a cascata per poi sentirmi dire, una volta giunto alla soglia della Holding Celeste, che lassù non si è responsabili di ciò che succede a valle". La Holding Celeste era Mediobanca, che aveva fatto scalare da un gruppo di fedelissimi la Comit (sua azionista) e ne aveva poi estromesso il banchiere disobbediente senza mai dichiarare l'occulta regia dell'operazione. Oggi, a pochi giorni dalle assemblee della Banca d'Italia e della Consob, sul sito internet di R&S, la società di ricerche e studi di Mediobanca (www.mbres.it), vengono pubblicate alcune tabelle sulla variazione degli assetti proprietari delle società, che costituiscono l'indice Mediobanca Top30, tra il 1995 e il 2004. Si tratta di una radiografia del potere nella Borsa italiana dopo le privatizzazioni che offre conferme su base statistica alle intuizioni del vecchio banchiere. Se volesse mandare in libreria una seconda edizione della sua opera, Siglienti potrebbe addirittura allegare queste tabelle. Il loro titolo ideale sarebbe: "Meno Stato, più scatole cinesi". Oppure, se vogliamo abbandonare la formula giornalistica in favore di espressioni più aderenti al diritto: "Meno Stato, più piramidi societarie". Poiché la ricerca non contiene giudizi di valore sulle strutture proprietarie, non si può affermare che Mediobanca faccia autocritica. Certo, i suoi ricercatori hanno, come sempre, vivente Cuccia e dopo, l'onestà intellettuale di dire pane al pane, numeri alla mano. Il campione esaminato dall'Ufficio studi di Mediobanca rappresenta i tre quarti del valore dell'intera Borsa. È dunque assai significativo. Nel 1995, il mercato di piazza degli Affari era saldamente controllato dai detentori delle partecipazioni di comando. Supportati dalle quote di autocontrollo (quella di Generali in Alleanza, per esempio; o di Telecom in Tim) e dalle minoranze associate (i soci dell'Ifil e dell'Ifi che "aiutano" gli Agnelli a possedere il 30% della Fiat), costoro arrivavano a bloccare il 56,7% del campione. Nel 2004, questa quota di comando per così dire allargata scende al 42,9%. Il grado di contendibilità delle Top30 aumenta, ma appare lungi dall'essere pieno. I diritti di proprietà hanno un mercato dimezzato. Nel 1995, la mano pubblica (Stato, banche non ancora privatizzate, fondazioni, Banca d'Italia) deteneva i tre quarti delle quote di comando. Otto anni dopo, la mano pubblica si riduce a poco più della metà, con un peso maggiore delle fondazioni, soggetti anfibi, di diritto privato ma di sensibilità pubblica, ancorché non dipendente dal governo. All'interno delle quote di comando sale il peso di famiglie, aziende private e investitori esteri. Con grandi trasformazioni, come si vede dal grafico sull'apporto delle famiglie: il peso specifico degli Agnelli, per esempio, scende dal 57 al 6,6% del valore delle quote di comando detenute da famiglie. Ma per poter valutare gli effetti di queste tendenze bisogna entrare in qualche dettaglio. L'Ufficio studi di Mediobanca suddivide le Top30 in tre settori: assicurazioni, banche e industrie (intese all'inglese: industries, che non vuol dire solo manifatture ma anche servizi). Ebbene, sulle assicurazioni c'è poco da aggiungere. Lo Stato aveva l'Ina e ne è uscito: fine della presenza pubblica. Il sistema di controllo si rafforza un po' per effetto delle recenti acquisizioni di titoli Generali da parte delle banche e arriva al 39%. C'è ancora parecchio autocontrollo (Alleanza posseduta da Generali), ma soprattutto emergono le famiglie (Doris e Berlusconi, padrone di Mediolanum, che nel 1995 non era ancora quotata). Rispetto a prima il settore, cinque compagnie, è più ricco di protagonisti e assai meno legato al centro di gravità rappresentato da Mediobanca. Le banche. Delle 13 censite nessuna è più controllata dallo Stato. La mano pubblica, alla quale nel 1995 facevano ancora capo quasi i tre quarti del controllo, va a meno della metà, con il Tesoro ormai scomparso e sostituito dalle fondazioni. Altro fenomeno rilevante è il passaggio delle banche estere da una posizione con meno del 10% delle quote di comando diretto a un'altra che assicura loro il 30%. Se consideriamo che le quote di comando allargate scendono dal 48 al 34%, dovremmo dire che il sistema bancario è il settore più contendibile dei Top30. In realtà, benché tecnicamente scalabili, le banche rimangono sotto il vincolo della Banca d'Italia che ha il potere di dare o non dare luce verde ai cambi di proprietà. Le industrie, infine. Manifatture e imprese di servizio sono diventate un po' più contendibili: le quote di comando allargate scendono dal 67 al 47%. E lo Stato passa dal 38% della capitalizzazione del settore al 22%, una partecipazione pur sempre altissima, ma meno di prima. Anche perché i privati - messi tutti assieme: famiglie, aziende, minoranze associate - arrivano al 18%. La relativa crescita dei privati e quella più spiccata del flottante (i soci di minoranza) sono il frutto delle privatizzazioni di Telecom (e dunque anche di Tim) e di Autostrade nonché dei collocamenti di Eni ed Enel. Ma se si vuol guardare oltre la facciata, bisogna spaccare il settore e spingersi oltre le tabelle pubblicate sul sito: da una parte, Enel ed Eni (con Saipem e Snam Rete Gas); dall'altra, quel che resta della grande impresa (Fiat, Finmeccanica, Luxottica, Mediaset, Seat PG, Telecom e Tim). Su questo fronte lo Stato (ridotto all'1,63%) è stato sostituito dalle piramidi societarie che fanno capo a famiglie o raggruppamenti di famiglie (aziende private nel linguaggio dei ricercatori). Nel 1995 queste avevano il 10,4% delle quote di comando diretto più un 14,3% apportato dai soci di minoranza aderenti alle società collocate ai vari gradini delle piramidi. Nel 2004, a famiglie e aziende private tocca il 18,7% diretto più un 20% che deriva dai soci minori. Un apporto, quest'ultimo, che si avverte soprattutto nel gruppo Telecom Italia e in Autostrade. Insomma, nel settore industriale, dopo le privatizzazioni, il maggior fornitore di capitale ai fini del controllo non è più lo Stato, ma il complesso dei soci minori che obbediscono a quelli di maggior rango e minor investimento. Se le privatizzazioni avevano il doppio obiettivo di ridurre il debito pubblico e di modernizzare le strutture proprietarie del capitalismo italiano, l'Ufficio studi di Mediobanca, con i suoi numeri asettici, ci dice che quel secondo obiettivo è stato largamente mancato.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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