La "Satyagraha del diritto alla terra" è arrivata al dodicesimo giorno. Stiamo parlando della valle del fiume di Narmada, in India, dove centinaia di famiglie di contadini tribali stanno occupando una zona di foresta degradata appartenente al demanio pubblico. Il motivo della protesta è semplice. Il 13 marzo scorso l'ente di controllo del bacino del fiume Narmada ha autorizzato a proseguire i lavori alla diga di Sardar Sarovar, la più grande di trenta grandi dighe (e una miriade di sbarramenti medi e piccoli) progettate su quel fiume e i suoi affluenti - è il "progetto di sviluppo del fiume Narmada", una delle più controverse opere mai messe in cantiere al mondo. Dunque la diga, che si trova già nel territorio dello stato del Gujarat ma ha creato un lago artificiale nei due stati a monte, Maharashtra e Madhya Pradesh, passa da 100 metri di altezza a 110: e come ogni volta che lo sbarramento cresce in altezza, si allarga l'area sommersa dal lago artificiale. E cresce il numero degli sfollati: circa 10mila famiglie in Madhya Pradesh e almeno 1.500 in Maharashtra stanno perdendo le loro case e i loro villaggi proprio in queste settimane. E il momento della piena è imminente, poiché tra meno di un mese in quella regione è atteso il monsone - già annunciato da grandi piogge. Una nuova ondata di "sfollati ambientali" si aggiunge dunque all'esercito di chi ha perso case, campi da coltivare, foreste in cui raccogliere frutti spontanei... Così l'8 di maggio circa 200 famiglie, cioè nove villaggi della nuova "zona di sommersione" nel distretto di Nandurbar (Maharashtra), hanno lanciato la loro Satyagraha, "resistenza pacifica". Sono tribali, termine usato in India per le comunità indigene (o adivasi, letteralmente: "i primi abitanti". Nella valle di Narmada tribali e dalit, o fuoricasta, sono l'80% della popolazione sfollata, e questo la dice lunga sull'ingiustizia intrinseca di tutta la storia). Chiedono che il governo del Maharashtra si attenga da subito alla sua stessa decisione, cioè fornisca terra per risistemare i nuovi sfollati prima che arrivi il monsone e perdano proprio tutto. Il fatto è che i risarcimenti finora si sono rivelati un feuilletton penoso. Le ultime notizie dalla valle dicono che il 15 maggio, quasi una settimana dopo l'inizio della Satyagraha, rappresentanti del governo locale hanno mostrato alle famiglie tribali della terra dove risistemarsi: solo che era terra non coltivabile, hanno ribattuto loro. Tre giorni prima il Dipartimento forestale dello stato aveva notificato al Narmada Bachao Andolan (Movimento per salvare il Narmada) e alla sua leader più nota, Medha Patkar, una diffida a entrare nella foresta pubblica. Lei ha risposto che non sono i tribali a distruggere la foresta, in effetti il sito dove hanno montato il loro accampamento era già da tempo spogliato. "Se il governo non indica terre dove risistemare quelle 1.500 famiglie prima del monsone non ci lasceranno altra alternativa che occupare zone di foresta degradata, perché i nostri villaggi saranno sommersi", hanno dichiarato i responsabili di villaggio.
La Satyagraha ha un duplice aspetto. Gli attivisti del Movimento di Narmada lo chiamano nav-nirman, "lavoro costruttivo": hanno deciso di costruire un villaggio che hanno già battezzato Narmada Jeevan Gaon, "villaggio per la vita". I preliminari sono ormai avanzati. Un ex tecnico dell'amministrazione statale ormai in pensione ha avviato il lavoro di mappatura, censimento e demarcazione del territorio. Una squadra del Masum, un'organizzazione di salute popolare, ha allestito un ambulatorio per le donne e bambini (spesso in zone così remote questi ambulatori popolari sono l'unica possibilità di vedere un medico o paramedico). Altri hanno organizzato assemblee sul diritto alla terra - spesso, ci aveva spiegato medha Patkar, intere comunità di sfollati non sono neppure riconosciute come aventi diritto a risarcimenti perché nessun censimento aveva registrato la loro esistenza, così che al momento di sfollare risultano "occupanti abusivi" di foreste del demanio. Così, l'occupazione è anche una costruzione sociale.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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