«Siamo a favore del processo di Kyoto», ha dichiarato ieri il presidente russo Vladimir Putin, «abbiamo poche preoccupazioni circa gli obblighi che dovremo assumerci» per rispettarlo. A sentire Putin, dunque, la Russia intende ratificare il Protocollo di Kyoto, l'unico trattato internazionale che obbliga i paesi industrializzati a ridurre le loro emissioni di gas «di serra» come l'anidride carbonica, responsabili del riscaldamento dell'atmosfera terrestre. E le intenzioni russe sono determinanti: da quando gli Stati uniti (un quarto delle emissioni di gas di serra del globo) hanno deciso di tirarsi fuori, la Russia (il 17% delle emissioni globali) è diventato il paese chiave (il Protocollo di Kyoto infatti sarà vincolante quando avrà la ratifica di almeno 55 paesi che insieme sommino il 55% delle emissioni di gas di serra del pianeta, e per raggiungere tale quota manca ormai solo Mosca). Con tutti i suoi limiti, il Protocollo resta l'unico passo verso un'assunzione di responsabilità da parte dei paesi industrializzati - senza contare che la ratifica di quel trattato nonostanteil rifiuto americano sarebbe una vittoria politica per l'Europa, che se ne è fatta paladina. Dunque, il presidente Putin ieri ha detto che Mosca intende andare avanti. Il problema è che non lo dice per la prima volta. Lo aveva detto ad esempio durante il Vertice dell'Onu sullo sviluppo sostenibile, a Johannesburg nel settembre del 2002: sembrava addirittura che la Duma (il parlamento della Federazione russa) lo ratificasse entro la fine di quell'anno. La Duma invece ha messo in cantiere infiniti studi, indagini e richieste di pareri - e il presidente non ha ancora neppure compiuto l'atto formale di porre il Protocollo alla ratifica. Perché Putin abbia sentito il bisogno ieri di dirsi favorevole a Kyoto è presto detto: proprio ieri a Mosca un vertice russo-europeo si è concluso con la firma di un importante accordo su temi commerciali che spianerà la strada all'ingresso della Russia nell'Organizzazione mondiale del commercio. Tra le voci di corridoio c'era quella di uno scambio: i russi «concedono» Kyoto agli europei in cambio dell'ingresso al Wto. L'ipotesi dello scambio è stata negata con sdegno da tutte le fonti ufficiali. Alla vigilia del vertice il viceministro russo degli esteri (con incarico per gli affari europei) Vladimir Chizhov aveva detto anzi che una ratifica in tempi brevi è improbabile, perché manca il «consenso politico» tra dirigenti politici, economia e scienziati.
I pareri in Russia sono in effetti molto divisi - e le divisioni sembrano più politiche che economiche o altro. Un mese fa il consigliere economico del presidente Putin, Andrei Illarionov, aveva definito Kyoto «peggio del Gosplan», un «trattato morto» e un meccanismo infernale che avrebbe soffocato l'economia russa. All'inizio di questa settimana l'Accademia russa delle scienze ha dichiarato che «il Protocollo di Kyoto non ha base scientifica», non potrà stabilizzare le emissioni di gas di serra, mentre invece metterebbe a serio rischio l'obiettivo di raddoppiare il Prodotto interno lordo russo nei prossimi 10 anni. Negli ambienti degli affari e industriali molto sono convinti del contrario, anzi considerano che Kyoto porterà ottime occasioni di guadagno, finanziamenti internazionali per progetti di efficienza energetica, e migliori relazioni con l'Europa. In effetti la chiave di volta di quel Protocollo sono i cosiddetti meccanismi flessibili, il mercato delle quote di emissioni: e su questo fronte la Russia ha tutto da guadagnare. Kyoto infatti calcola le emissioni di gas di serra rispetto al livello del 1990, con obblighi variabili per paese. La Russia negli anni `90 ha subìto una deindustrializzazione drastica, che ha fatto crollare di circa un quarto il volume delle emissioni: oggi ha crediti in surplus valutati attorno a 10 miliardi di dollari. Così, se il ministero delle risorse naturali e tendenzialmente contrario a ogni trattato che rischia di limitare lo sfruttamento delle risorse, il ministero dell'economia era in principio favorevole perché pensava al mercato delle quoter di emissione, e così via. Il dibattito è aperto - e le sorti del clima globale sembrano l'ultima delle questioni.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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