Visto dall'altro, il paesetto di Jimanì, assomiglia a un lago. Non lontano in linea d'aria, anche il villaggio di Fond Verettes è apparso agli elicotteri dei soccorritori come uno specchio d'acqua. Jimanì è nella provincia di Independencia, in una zona sud-occidentale della Repubblica dominicana a ridosso della frontiera con Haiti. Nel fine settimana è stata investita da piogge torrenziali, il fiume Silie che scende dalle montagne haitiane si è gonfiato in ondate di piena improvvise e violente che hanno spazzato via baracche di legno, fattorie, campi, umani. A tutto ieri più di 300 corpi erano stati recuperati: molti erano stati trascinati a valle fino al lago Enriquillo, altri fracassati contro muri e alberi abbattuti. Le autorità parlano di qualche centinaio di dispersi e i soccorritori disperano di trovarli in vita. Ieri tutta la repubblica ha osservato una giornata di lutto. Sull'altro lato della frontiera, sul lato haitiano, la tragedia è moltiplicata. Mercoledì era giunta notizia di un centinaio di vittime a Fond Verettes - ieri il bilancio era salito a 158 morti. Soprattutto, i soccorritori arrivati in elicottero dalla capitale Port-au-Prince ieri hanno trovato una devastazione ben più ampia. Nel villaggio di Mapou, vicino alla cittadina di Jacmel, hanno trovato un migliaio di corpi annegati nel fango. Ora si parla di 1.660 vittime a Haiti: sommati i due lati dell'isola di Hispaniola, sono oltre duemila le vittime dell'uragano che ha attraversato il Caribe negli ultimi dieci giorni andandosi a scaricare proprio sulla cordigliera haitiano-dominicana.
I primi soccorsi sono arrivati solo ieri nelle zone alluvionate di Haiti. Fino a giovedì neppure un elicottero aveva sorvolato la zona - quando già molto si sapeva della parallela disgrazia di Jimanì, sul versante dominicano. Ieri, finalmente, la mobilitazione è cominciata anche nella misera Haiti.
Il contingente militare degli Stati uniti, mandato in febbraio a mantenere l'ordine dopo la rivolta contro il presidente Jean-Bertrand Aristide, ieri si è messo a disposizione dei soccorsi - la Croce rossa, agenzie umanitarie delle Nazioni unite come il ‟Programma alimentare mondiale”, ‟Oxfam” e ‟Medecin sans Frontieres”. Le zone alluvionate sono normalmente poco accessibili e ora anche quelle strade sterrate sono sommerse, impraticabili. Dunque ieri tre voli di elicottero sono partiti da Port-au-Prince con qualche aiuto di emergenza: soprattutto tavolette di cloro per rendere potabile l'acqua e qualche kit di pronto soccorso. Ma erano soprattutto voli di "ricognizione", ha detto una portavoce del Comitato internazionale per la Croce rossa. E' stato il portavoce del contingente, colonnello David Lapan, a descrivere le zone disastrate. Mapou, al centro di una vallata, è sommerso: "visto dall'alto sembra un lago".

Un deserto nel Caribe.
Villaggi spazzati via, vallate trasformate in laghi. E' una tragedia che si ripete, puntuale come i temporali tropicali di questa stagione: perché ormai ogni grande pioggia a Haiti manda pezzi di montagna a franare nei fiumi, sulle strade, nel mare. Le piogge degli ultimi dieci giorni non hanno un nome e non sono neppure tra gli uragani più violenti registrati negli ultimi anni: ben maggiore era stata la forza dell'uragano ‟Georges”, nel 1998, che aveva provocato morte e distruzione proprio a Fond Verettes e a Mapou, a sud-ovest della capitale. Nel 1994, quando l'uragano ‟Gordon” aveva allagato sempre Mapou ci vollero ben 13 mesi perché l'acqua defluisse del tutto. In altre parole: non c'è nulla di nuovo nella tragedia di Haiti, ma è proprio questa la tragedia. Le piogge degli ultimi dieci giorni sono cadute su un terreno dissestato - è questo il disastro.
Il disastro di Haiti è che non ha più foreste, copertura verde. Le statistiche sono chiarissime: all'inizio del `900 più del 60 percento del territorio haitiano aveva una copertura verde. Ancora nel 1978 le foreste coprivano il 28 percento del territorio, ora è solo il 2 percento. Una deforestazione così drastica non ha paragoni al mondo: e il ritmo è accelerato negli anni `90, via via che il paese si è impoverito: oggi, dicono fonti delle Nazioni unite, le foreste scompaiono al ritmo tra 15 e 20 milioni di alberi all'anno.
La deforestazione di Haiti è soprattutto effetto della povertà. Haiti è il paese più povero delle Americhe, 4 su 5 dei suoi 8 milioni di abitanti sono considerati sotto la soglia di povertà e appena un quarto ha accesso ad acqua potabile. Ogni crisi politica - e ogni embargo - ha peggiorato le cose. Gran parte del territorio haitiano è montagnoso. Gli alberi sono tagliati per fare spazio a un po' di allevamento, un po' di agricoltura di sussistenza, ma soprattutto per usare il legno come combustibile - semplice e soprattutto trasformato in carbone vegetale. E' questo l'effetto della povertà: statistiche delle Nazioni unite dicono che il 70% degli haitiani usa carbone vegetale per scaldarsi e cucinare - nella vicina Repubblica dominicana l'uso del carbone vegetale è stato vietato ormai anni fa, e ha sovvenzionato il prezzo delle bombole di gas da cucina.
Quando le foreste scompaiono, il suolo diventa più fragile - questo ormai è ben noto. Le pendici delle montagne si inzuppano di pioggia e franano molto più facilmente. I sedimenti riempiono i letti dei fiumi, che straripano prima. Non più protetti dalla vegetazione, i suoli sono dilavati dalle piogge, che portano via la parte superficiale con l'humus: a Haiti l'erosione porta via 36 milioni di tonnellate di terreno superficiale ogni anni, secondo un rapporto dell'Undp. L'entroterra di Gonaives, nella provincia nord-occidentale, è ormai un deserto di montagna, marrone scuro e brullo. Certo, qualche gruppo locale con l'aiuto di qualche programma delle Nazioni unite o di governi stranieri ha cominciato a ripiantare qualche albero, ma è una goccia nel deserto. Alcuni esperti dicono che la crisi ecologica di Haiti è al punto di non ritorno.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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