Energie rinnovabili? Solare ed eolico sono tecnologie note e ormai discretamente "mature". L'idrogeno è probabilmente sopravvalutato, ma si vedrà. E però ce n'è un'altra, meno avveniristica a dirsi, che potrebbe rivelarsi importante. Secondo uno studio preparato dal Wwf internazionale insieme alla ‟European Biomass Industry Association” (Aebiom), le bio-masse potrebbero fornire fino al 15 percento dell'energia elettrica richiesta dai paesi industrializzati da qui al 2020 (oggi copre appena l'1 percento). Certo, suona molto low-tech. "Biomasse" sono semplicemente i prodotti di scarto dell'agricoltura e dell'industria forestale (volendo anche gli escrementi degli animali d'allevamento, ma qui si parla in particolare di scarti vegetali). Lo studio si riferisce alla trentina di paesi che fanno parte dell'Ocse, quelli più industrializzati (Unione europea, Usa, Giappone, Canada, Corea del Sud, Australia e pochi altri): a sistemi economici avanzati, dunque. Dice che se usate come combustibile, ad esempio al posto del carbone, le biomasse potrebbero fornire elettricità a 100 milioni di abitazioni, cioè l'equivalente dell'energia fornita da circa 400 grandi centrali elettriche tradizionali - quelle che bruciano carbone o altro combustibile fossile. Questo ridurrebbe le emissioni di gas come l'anidride carbonica - il principale dei gas di serra - di circa 1.000 milioni di tonnellate all'anno, ovvero la quantità emessa ogni anno da Canada e Italia insieme. Insomma, le biomasse sarebbero una fonte d'energia poco cara, a basse emissioni di gas di serra, e sicuramente rinnovabile. Secondo lo studio di Wwf e Aebiom, usarle non toglierebbe nulla alla produzione alimentare né alla protezione di aree naturali, e "occuperebbe" meno del 2% del territorio. (Viene da pensare che è una "biomassa" lo sterco di mucca messo a seccare e usato nei fornelletti in tutta l'India - sottraendo però ai campi un possibile concime - e anche il carbone vegetale prodotto a Haiti a costo di distruggere le foreste del paese: ma è meglio eliminare equivoci, qui si parla di scarti vegetali che nei paesi industrializzati sono "rifiuti", il "mercatale", quel che resta dalla spremitura delle olive nei frantoi, i trucioli di legno che si accumulano nelle segherie, roba simile).
Usare biomasse per produrre energia, continua lo studio del Wwf, potrebbe invece creare fino a 400mila posti di lavoro da qui al 2020, in particolare nelle zone rurali - stiamo sempre parlando di paesi Ocse. Negli stati nordorientali, sudorientali e della costa occidentale degli Usa l'industria delle biomasse ha già creato 70mila posti. Rispetto ad altre energie rinnovabili, come il sole o il vento, le biomasse hanno il vantaggio di essere immagazzinabili e usate quando servono: "Possono fornire dell'energia costante e non soggetta a fluttuazioni", dice Giulio Volpi, del Wwf - e si chiede dunque perché i decisori politici abbiano dato così poca attenzione al potenziale delle biomasse tra le fonti energetiche. Eppure, se vuole mantenere l'impegno a ridurre le emissioni di gas di serra come da Protocollo di Kyoto, l'Unione europea dovrà investire di più in energie rinnovabili a basse emissioni. (Dovrà anche, forse soprattutto consumare meno energia tout court, dunque migliorare la sua l'efficienza energetica: ma questo è un altro capitolo).
Lo studio del Wwf e Aebiom si conclude con una serie di raccomandazioni dirette ai governi - e dirette alla Conferenza internazionale sulle energie rinnovabili previsto a Bonn, in Germania, ai primi di giugno. Chiede ai governi di introdure nelle loro politiche agricole misure che possano incoraggiare l'uso di biomasse, e di pubblicare linee guida su come usare questa fonte di energia minimizzando possibili impatti negativi. All'Unione europea, che spesso si erge a paladina del Protocollo di Kyoto, chiede di darsi un obiettivo ambizioso, trarre il 25% dell'energia primaria consumata da fonti rinnovabili entro il 2020. Per farlo, anche la spremitura delle olive e i trucioli di legno saranno necessari.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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