Luca Cordero di Montezemolo viene nominato presidente della Fiat e Giuseppe Morchio si dimette da amministratore delegato. Si chiude il vuoto di potere lasciato dalla scomparsa di Umberto Agnelli, e se ne apre un altro. Grave e inaspettato. Il chief executive officer del Lingotto avrebbe preteso per sé anche la presidenza e la famiglia Agnelli non gliel'avrebbe concessa. Morchio, insomma, avrebbe voluto troppo potere. Questa è la versione ufficiale. In effetti, nella storia della Fiat nemmeno Cesare Romiti cumulò le due cariche. Il solo precedente è quello di Vittorio Valletta che il 18 luglio 1946, dopo la scomparsa del senatore Agnelli, venne nominato presidente per acclamazione, conservando l'amministrazione delegata. Il Professore accettò precisando che un diretto rappresentante della famiglia avrebbe dovuto assumere la presidenza non appena possibile. Durò vent'anni. Per scelta dell’azionista, prima di tutto. Ma la richiesta di Morchio appare in controtendenza anche rispetto alle moderne regole di corporate governance, che affidano al consiglio di amministrazione e al suo presidente funzioni di controllo sul management. Un'impostazione, questa, sostenuta proprio in questi giorni dal banchiere di Unicredito, Alessandro Profumo, uno dei principali creditori finanziari della Fiat. Sarà Morchio, d'altra parte, a rivelare, se crede, le ragioni della sua decisione, ove fossero diverse da quelle rese note finora. E tuttavia, quali che siano i retroscena della vicenda, resta il fatto che la catena decisionale della Fiat non ha funzionato come la drammaticità dell'ora e la gravità delle responsabilità verso soci di minoranza, dipendenti, banche e fornitori avrebbe richiesto. La Fiat ha un bisogno assoluto di stabilità. In attesa che il consiglio di amministrazione convocato per domani indichi una nuova guida operativa del gruppo, con la nomina di Montezemolo alla presidenza e di John Elkann alla vicepresidenza, la famiglia Agnelli riconferma il suo impegno. Forse non erano solo di circostanza le parole di Montezemolo sulla forza e la solidità dell'azionista di maggioranza all'indomani della scomparsa di Umberto. Il rinnovato cordoglio dei torinesi, che rinsalda il legame di una dinastia e di un'azienda con la città, e lo stato dei conti, del resto, non lasciavano alternative. La qualità e le prospettive di questo impegno avranno modo di manifestarsi già a partire dai prossimi mesi. Qualcuno potrebbe osservare che mai come in questi tempi gli Agnelli estendono la loro influenza: Montezemolo alla presidenza della Confindustria; Gabriele Galateri, per lustri braccio destro di Umberto, alla guida di Mediobanca. In altre stagioni si sarebbe gridato allo strapotere della casa di Torino. Oggi nessuno se ne preoccupa perché la Fiat deve, prima di tutto, seguire il fronte interno. E la sua capacità di iniziativa sui fronti esterni - l'influenza che sapranno esercitare le persone a essa legate - sarà utilizzata soprattutto per sostenere Melfi e Mirafiori. Nel suo primo discorso da presidente della Confindustria, Montezemolo ha spezzato una lancia per la salvaguardia dei grandi gruppi nazionali. Nel rispetto delle regole del mercato, certo; ma con l'intervento di chi può. Vicinissimo da sempre alla famiglia, è il personaggio che, nella sua campagna elettorale, ha esortato i colleghi ad aprire il capitalismo familiare alle competenze manageriali. Ora gli tocca di dare l'esempio in Fiat, con la partenza più difficile che poteva immaginare, e cioè senza il primo dei manager. Che cosa vorrà dire, dunque, nel primo gruppo industriale italiano la riforma del capitalismo familiare? La strada l'aveva tracciata Umberto Agnelli quando, bilanci alla mano, confidava ai suoi collaboratori che riteneva inevitabile la trasformazione in azioni del prestito bancario "convertendo" perché 3 miliardi di capitale di rischio alla Fiat avrebbero fatto meglio di 3 miliardi di debiti. La diluizione della partecipazione dell'Ifil dal 30 al 22% non avrebbe rappresentato un problema. E la presenza delle banche nel capitale, nemmeno. Tocca ora a John Elkann, nipote di Giovanni, e al cugino Andrea Agnelli, figlio di Umberto, consigliere di fresca nomina, confermare o correggere la linea. Ben sapendo che in questo secondo caso la difesa della partecipazione ai livelli attuali comporterebbe o la vendita rapida della Fiat Auto, magari approfittando dell'opzione verso General Motors, o la disponibilità a destinare alla grande malata, se necessario, una parte delle risorse ancora nella cassaforte dell'Ifil e dell'Ifi.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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