L'anno scorso, nelle sue considerazioni finali, il Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, ha dedicato tre pagine alla redditività delle banche, dando conto del ritorno sul capitale e le riserve. Non ha speso una parola, invece, sulla cosiddetta creazione di valore per gli azionisti, benché questa sia l'immancabile promessa dei banchieri ai soci e agli analisti finanziari, che devono consigliare o meno l'acquisto dei titoli delle loro banche. La scelta di Fazio si spiega con i doveri dell'ufficio, il principale dei quali è assicurare la stabilità e la solvibilità del sistema creditizio per la semplice ragione che le banche appartengono sì ai loro azionisti, ma lavorano con i soldi dei depositanti, ai quali dunque spetta la prima delle garanzie. E tuttavia indagare quale ritorno abbiano dato le banche sull'investimento fatto dal loro azionariato può essere interessante. Rappresenta l'altra faccia della stabilità. L'analisi riguarda i sette gruppi più importanti: Banca Intesa, Unicredito, Sanpaolo Imi, Capitalia, Monte dei Paschi, Bnl e Mediobanca, un campione che rappresenta la metà degli impieghi verso clienti italiani dell'intero sistema. Anzitutto, bisogna chiarire il periodo da esaminare. Pochi anni, peggio ancora uno solo, danno una visione distorta della creazione o distruzione di ricchezza, troppo influenzata dalla fluttuazione dei corsi azionari. Meglio partire da lontano. E precisamente dal 1993. Perché proprio il '93? Perché è l'anno nel quale il Parlamento approva il Testo unico bancario che riforma la legge del 1936. Da allora, la banca commerciale può diventare banca universale e, soprattutto, viene privatizzata. È dal 1993, insomma, che cambia la natura del sistema del credito, in precedenza quasi interamente pubblico e dunque votato a rendere un servizio prima che a guadagnare soldi. In secondo luogo, il soggetto viene individuato nella compagine azionaria, che mantiene per definizione l'investimento. I singoli, naturalmente, comprano e vendono guadagnando e perdendo, ma alla fine il loro è un gioco a somma zero. La compagine azionaria, dunque, inizia il 1993 avendo investito un capitale il cui valore è esattamente la capitalizzazione di Borsa della banca alla fine dell'anno precedente. (Per chi, come il Monte dei Paschi, si è quotato poi, abbiamo tenuto conto della capitalizzazione di partenza rassegnandoci al fatto che, in questo caso, l'esito è un po' meno significativo). In terzo luogo, vengono i criteri. La compagine azionaria potrebbe, in teoria, investire il suo valore in un impiego senza rischi convenzionalmente rappresentato dai titoli di Stato, il cui indice viene calcolato alla Banca d'Italia. La rinuncia a queste cedole certe rappresenta dunque un costo per la compagine azionaria; un onere che va poi aumentato di un 3,5% che rappresenta, secondo gli studi della Banca d'Italia (Temi di discussione, n. 353, giugno 1999), il premio al rischio assunto investendo in azioni. A questo punto il conto è presto fatto. Si prende la capitalizzazione di Borsa iniziale e si aggiungono via via gli eventuali aumenti di capitale sottoscritti dai soci o al servizio delle fusioni; anno dopo anno si carica il costo del capitale (interesse medio sui titoli di Stato più il premio al rischio) meno gli eventuali dividendi. Alla fine abbiamo il costo accumulato negli 11 anni del periodo. Se questo costo sarà inferiore alla capitalizzazione di Borsa di fine 2003, la banca avrà generato ricchezza; viceversa, l'avrà distrutta. Fatti tutti i conti, risulta che in 11 anni le sette banche hanno reso 491 milioni di euro più dei titoli di Stato. Applicando il premio al rischio, il campione ha bruciato ricchezza per 21,2 miliardi di euro. Naturalmente, questo dato risente dell'andamento del mercato di piazza degli Affari. Nel 2000, quando la speculazione rialzista aveva raggiunto l'apice, le sette grandi potevano dire di aver creato ricchezza per 28,9 miliardi di euro. A fine 2003, tuttavia, pur essendo questo un anno lontano dai massimi, l'indice Mib30 aveva comunque guadagnato il 167% sull'inizio del 1993. Dunque, le conclusioni generali della ricerca possono essere considerate significative. Nel deludente panorama generale, che riguarda le banche come aziende più che i loro gruppi dirigenti attuali non di rado di recente insediamento, solo due gruppi hanno fatto bene: Unicredito (più 1,9 miliardi) e Bnl (più 1,5 miliardi). Alla prima ha giovato la spinta combinata di una efficace gestione manageriale e di due indovinate acquisizioni: il Rolo, con l'aiuto di Mediobanca, e le Casse di risparmio di Verona, Torino e Treviso, consigliate da Merrill Lynch. La seconda, e cioè Bnl, è aiutata dal bassissimo punto di partenza, che risente di un problema statistico (nel 1993 erano quotate solo le azioni di risparmio il cui valore è stato esteso alle ordinarie) e ancor più risente della depressione delle quotazioni dovuta agli effetti dello scandalo della filiale di Atlanta, che aveva perso una montagna di dollari finanziando commerci illeciti con l'Iraq. Tra le banche con prestazione negativa emerge Capitalia che, nemmeno nei momenti migliori della Borsa, è riuscita a creare un euro di valore per la compagine azionaria.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>