Un anziano signore, scalzo, turbante verde arrotolato come usano i vecchi contadini, sale sulla bilancia pesapersone. L'infermiera annota diligente sulla cartella clinica: 39 chili. Poi lo manda dal medico, sull'altro lato dello studiolo. Nel minuscolo corridoio, una decina di persone attende il proprio turno - donne per lo più, e bambini. Luogo affollato la Sambhavna Clinic, minuscola palazzina a due piani in un modesto quartiere di Bhopal, capitale dello stato del Madhya Pradesh, India centrale. Il visitatore si sente d'impiccio, ogni piccolo spazio è occupato da persone in attesa oppure da studioli, schedari, computer, farmacie. Ma questa palazzina vecchiotta e affollata è un'istituzione per molti aspetti straordinaria. La sua ragion d'essere sta nel vecchio stabilimento industriale che sorge a un paio di chilometri in linea d'aria: l'ex stabilimento, ormai in abbandono, della Union Carbide. Sono passati quasi vent'anni dalla notte in cui quell'impianto, che produceva fertilizzanti e insetticidi per l'agricoltura, è esploso - o meglio: è esplosa una cisterna che ha lasciato uscire 40 tonnellate di gas ad alta pressione, isocianato di metile con cianuro idrogeno, monometil-ammine e altro. Portato dal vento, il gas investì i poverissimi quartieri che costeggiano la fabbrica a nord: mezzo milione di persone ha inalato quel cocktail letale. Fu uno dei peggiori incidenti industriali della storia, migliaia di persone morte soffocate quella stessa notte - 1.600, disse il governo; forse 6.000, sostengono le organizzazioni che allora si occuparono delle vittime e dei sopravvissuti. Molti di più sono morti in modo lento nei mesi e anni seguenti, di tumore ai polmoni e altre malattie: il bilancio sfiora le 20mila vittime. Poi ci sono i sopravvissuti con mali cronici, e i bambini concepiti da genitori che hanno inalato quei veleni...
I pazienti della Sambhavna Clinic sono tutti in qualche modo vittime, dirette o di seconda generazione. Alla clinica si affacciano circa 120 pazienti al giorno, spiega il dottor Dutta, che mi fa strada tra studi medici e dispensari. "Nella cartella di ciascuno annotiamo sia la storia clinica sia dati generali, ad esempio in che tipo di alloggio abita: tenda, lamiera, muratura...". C'è il medico allopatico e quello ayurveda, l'antica medicina indiana: "E' molto utile per i mali cronici, perché è basata sull'erboristeria e non ha effetti collaterali", spiega Dutta: "Chi arriva qui ha già consumato fin troppa medicina moderna. Hanno disturbi cronici alla pelle, dolori addominali, problemi respiratori, e per queste cose non ci sono farmaci `definitivi'. Sono cure di lungo periodo, e la medicina ayurveda è meno invasiva". C'è un laboratorio di analisi cliniche e il dispensario, dove esperti farmacisti prendono le prescrizioni e pesano erbe o polveri, contano pillole, poi le mettono in bei sacchettini prestampati con il disegnino del sole e la luna e lo spazio per scrivere il numero di pastiglie da prendere, mattina o sera: "Per i farmaci allopatici ci serviamo rigorosamente di "generici": le case farmaceutiche indiane producono tutto quello che può servire, senza brevetto, e costano molto meno".

Umanità turbata.
La visita prosegue al dipartimento mentale, una stanza un po' più spaziosa dove il dottor Santoosh Somsunderam si occupa di un'umanità turbata: stati ansiosi, somatizzazioni, depressione. "E' facile pensare che il malessere psichico abbia cause sociali: qui tutti hanno perso qualcuno nella tragedia, o hanno figli menomati, o problemi finanziari, e annaspano nella vita per ritrovare un lavoro e un senso. Ma non abbiamo dati sufficenti per fare correlazioni tra la tragedia del gas e la malattia mentale, né ci sono statistiche che permettono confronti. Semplicemente, cerchiamo di curare persone che stanno male".
Più evidente la relazione tra l'avvelenamento chimico e le patologie di cui si occupa la dottoressa Devinder Keur, ginecologa: nel suo piccolo studio vede passare anemie croniche, dolori generalizzati, menopausa precoce, e una quantità impressionante di tumori cervicali. "La medicina moderna qui a Bhopal non ha funzionato", dice Satinath Sarangi, uno dei fondatori di questa clinica. Spiega: "Non è che rifiutiamo la medicina moderna. Qui però abbiamo a che fare con mali cronicizzati. Negli ospedali pubblici li riempiono di steroidi che si limitano ad alleviare i sintomi, ma dopo anni di trattamenti indeboliscono il sistema immunitario. Sai che qui l'incidenza della tubercolosi è tre volte superiore alla media indiana? La tubercolosi è endemica in India e si manifesta quando il sistema immunitario è debole". Se poi un ricovero diventa necessario, la clinica Sambhavna indirizza al ‟Bhopal Memorial Trust Hospital”, l'ospedale modernissimo costruito nel 1998 con il ricavato della vendita delle azioni di Union Carbide India - un gesto di parziale risarcimento.
Satinath Sarangi viveva a Bhopal all'epoca della tragedia. "E' stato subito chiaro che la gestione della medicina era la questione politica più delicata", afferma. La notte dell'incidente la direzione di Union Carbide India non ha detto di cosa era composta quella nuvola di gas, "si sono limitati a dire di somministrare alle vittime sodio triosulfato, per poi smentirsi tre giorni dopo. Solo molto più tardi hanno ammesso l'isocianato di metile e alcune altre sostanze, e neppure tutte".
La medicina è questione "politica", continua Satinath Sarangi, anche perché "il governo qui è stato complice del tentativo di mantenere basso il numero dei morti, dei feriti e di chi soffre delle conseguenze della tragedia". Racconta le penose trafile burocratiche per farsi riconoscere gas affected victim: le vittime riconosciute della tragedia del 1984 oggi hanno una bella smartcard con microchip che dà accesso al nuovo ospedale, ma per gli altri c'è poco o nulla. Racconta di un consultorio indipendente aperto nell'85 da attivisti sociali come lui, convinti che le dimensioni della tragedia fossero più ampie di quanto ammesso ufficialmente. Ricorda le proteste quando nel 1989 il governo indiano, rappresentante unico delle vittime nella causa con Union Carbide, accettò un patteggiamento: 470 milioni di dollari a titolo di risarcimento per le vittime (43 centesimi di dollaro per ogni azione dell'azienda), circa un settimo della cifra chiesta da New Delhi. Erano passati ormai dieci anni dal disastro quando un gruppo di persone, tutte con una formazione scientifica, tutte in qualche modo entrate in contatto con la "gas tragedy", ha deciso di sperimentare una diversa idea di medicina: così nel `95 è nata la Sambhavna Trust, piccola fondazione con un comitato di garanti di grande autorevolezza internazionale (ci ritroviamo ad esempio Gianni Tognoni, direttore dell'Istituto Mario Negri sud). Tutti avevano alle spalle ricerca, o intervento sanitario. Nel '96 hanno avviato il "Centro di medicina popolare e di documentazione di Bhopal", meglio noto come Sambhavna Clinic - dove ci troviamo. Sarangi parla di spirito partecipatorio e di diritto a conoscere. "Abbiamo tre linee guida", riassume: "Una è di usare dove possibile terapie senza farmaci moderni. L'altra è che la ricerca deve far parte della cura: il governo indiano ha abbandonato la ricerca su Bhopal e questo è molto grave, perché è un caso di intossicazione su scala mai vista e nella letteratura medica ci sono poche indicazioni utili. La terza è puntare sull'educazione sanitaria popolare", e questo è il compito degli "operatori sanitari di comunità". Più spesso per la verità sono operatrici, come Aziza Sultan che incontro nell'ambulatorio ginecologico: spiega che gran parte del suo lavoro è visitare di continuo le famiglie degli slum colpiti, "tanto che ora si fidano di me. Solo così ad esempio ho potuto convincere molte donne a venire a fare il pap test", l'esame clinico che rivela precocemente il tumore all'utero.

Ricerca preliminare.
La Sambhavna Clinic oggi conta 32 persone, di cui 5 medici e 4 ricercatori epidemiologi: sono loro che l'anno scorso hanno pubblicato una ricerca preliminare sui figli di genitori esposti al gas, bambini concepiti molto dopo l'84 che nascono con menomazioni fisiche e ritardi dello sviluppo. Le 12mila cartelle cliniche registrate nei suoi otto anni di attività sono ormai un "campione" prezioso, spiega il dottor Dutta mostrando il suo ufficio, piccola stanza con due computer: è un ingegnere informatico, qui presta opera volontaria ed è il responsabile dell'archivio computerizzato dei dati clinici. Satinath parla di accesso all'informazione: "Nelle loro belle smartcard ci sono tutti i dati personali del paziente, che però non ha mai in mano la sua cartella clinica. Noi pensiamo che ciascuno abbia il diritto ad averla". E poi, dice, "qui abbiamo cominciato a fare l'autopsia verbale": un metodo d'indagine scientifico ormai ventennale, "solo che qui si usava per la prima volta. Serve dove il decesso avviene fuori dell'istituzione ospedaliera e comunque senza un'autopsia vera e propria: si tratta di interrogare i parenti o chi stava vicino al defunto per capire con esattezza quali sintomi mostrava. Le informazioni poi sono analizzate da medici che cercano di stabilire la probabile causa della morte, e se è da mettere in relazione all'esposizione al gas. Ad esempio abbiamo trovato che il 49% dei decessi qui nelle zone colpite è dovuto a cancro ai polmoni".
Secondo Sarangi, se l'autopsia verbale fosse condotta in modo sistematico intorno a tutti gli insediamenti industriali in India "avremmo una mappa del rischio industriale in questo paese da far impallidire la stessa Bhopal". Aggiunge: "tutte le condizioni che hanno portato all'incidente nel 1984 sono ancora attuali, se non peggiorate". Elenca: "Alla Union Carbide, la casa madre americana che aveva il controllo sui processi produttivi, il management della filiale indiana non sapeva cosa lavorava. Per decenni ci hanno trasferito tecnologie obsolete, senza controllo. Dopo la tragedia della Union Carbide il governo centrale aveva istituito un Direttorato generale dello sviluppo tecnico, per controllare cosa importiamo. Ma negli anni `90, con la liberalizzazione galoppante, è stato abolito: di nuovo, non c'è controllo pubblico su cosa importiamo". Soprattutto, continua Sarangi, la lezione di Bhopal è che "i diritti dei lavoratori hanno un'influenza positiva sul controllo dell'ambiente. Ma rispetto a vent'anni fa qui i diritti dei lavoratori sono drasticamente ridimensionati". Il disastro di Bhopal, dice sconsolato, potrebbe ripetersi anche domani.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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