Roy, Kevin e Pitt urlano per soverchiare il rombo dell'oceano, si stringono l'elmetto, attaccano una scarpata gialla, franosa, coperta di erica. Lanciano ancoraggi, si issano a braccia, lottano col vento, fanno cadere pietrisco sulla scogliera. Sono inglesi, venuti da Birmingham con motociclette militari d'epoca - le leggendarie "BSA M20" - per riprendersi i bunker tedeschi di Longues sur Mer, come fece il 7 giugno '44 il reggimento "Devonshire", lo stesso di cui i tre indossano le divise. In dieci minuti sono in cima, sulla prateria, abbracciano altre mimetiche sbucate da chissà dove.
Pensi: nipoti degli eroi del "D Day". E invece no. Sono adulti che giocano alla guerra. Eccola, l'armata-ombra della Normandia. Migliaia di uomini; per la polizia trentamila. Più numerosi del servizio di sicurezza schierato per Bush.
Soprattutto inglesi, ma ce ne sono dall'Olanda, dall'America, dall'Italia, dall'Est. Nel sessantesimo dello sbarco, hanno trasformato la regione in un gigantesco playground. Le loro divise sbucano da ogni dove, si spostano in convoglio, marciano scandendo il passo, si fotografano, cucinano, lucidano auto, montano tendopoli, riempiono birrerie, cantano "It's a long way to Tipperary". Sono iperattivi come alpini all'adunata annuale. Non pensano alla guerra, ma a far festa. Non sono qui per vedere, ma per essere visti. Bambinoni narcisi e felici.
I quattro bunker gemelli di Longues sur Mer affiorano dalla segale, le loro bocche da fuoco da 150 deformate dai bombardamenti puntano verso i papaveri e la linea blu all'orizzonte dove all'alba del 6 giugno '44 apparve la più grande Armada della storia. Il posto è di una bellezza leggendaria.
Le mimetiche da collezione, con ghette e giberne regolamentari, formicolano attorno ai giganti di cemento, celebrano la vittoria su "Fritz", il nemico tedesco. Dietro, la tendopoli dei "collezionisti", così come li chiamano divertiti i soldati francesi (veri) in basco nero che pattugliano la costa. È appena arrivato un nuovo convoglio, un ospedale da campo piantonato da una bionda in grigioverde dalle lunghe trecce.
Una confraternita di matti. Gli inglesi preparano la zuppa, hanno al seguito un Tir con vettovaglie e cucina da campo. È l'evento della loro vita, lo hanno preparato per anni, lo recitano con una naturalezza impressionante.
Agli inglesi piace giocare alla guerra, molto più che ai tedeschi, che ne hanno abbastanza. Amano parlarne, come capitan Falstaff in osteria, quello delle "Allegre Comari". Pitt, che è ingegnere, dell'operazione "Overlord" sa tutto. Dall'orlo della scarpata mostra a Occidente le spiagge di Omaha e Utah, a Oriente le quinte rocciose sopra la battigia di Gold, Juno e Sword. In controluce, in un mare color zinco, i cassoni di cemento semiaffondati di Arromanches, il primo grande porto artificiale della storia, costruito a tempo record per rifornire le truppe dopo lo sbarco.
A Colleville-sur Mer ecco gli italiani, simpatici e caciaroni come sempre.
Una cinquantina, armati fino ai denti. Ascoltano le raccomandazione della gendarmeria francese. "Mi raccomando, monsieurs, nulla che somigli a un'arma sarà consentito sabato e domenica". Un ciccione con l'elmetto della Polizia Militare traduce. "Neanche coltelli spuntati?", chiede un ligure. "Nemmeno quelli". E un altro, di Parma: "Ma il pisello, allora, dove lo metto?". La risata celodurista del plotone è sommessa. Troppo cocente la delusione.
A Vierville c'è un tremendo ingorgo. "Colpa del mercatino", spiega la polizia. Mercatino di che? "Armi d'epoca". Pensi: spade e pistole. Invece no, a Vierville si vendono cannoni. Un varesotto urla di piacere davanti a un blindato, ha già la carta di credito in mano. Alain, un metro e novanta per 140 chili, è arrivato dall'Alsazia guidando un GMC 352, con al traino il suo cannone HM2 da 105, classe 1943, lustro come un'auto nuova. In tutto, cinque tonnellate. Ci ha messo tre giorni per arrivare con famiglia; velocità massima settanta. Chiedo: che vi serve collezionare armi? E lui, quasi offeso: "Non collezioniamo armi. Collezioniamo storia. Non amiamo la guerra".
Un americano, Charlie, mi carica sulla sua jeep Willis (nomignolo "Red Devil") per portarmi ad Arromanches. È il "Convoy commander", sta scritto sul parabrezza. Dietro a lui altre jeep, con bambini, pure loro in mimetica. Per muoverti, in questi giorni fra Utah Beach e la Senna, non serve l'automobile.
Basta fare l'autostop e l'armata-ombra ti soccorre. Se hai sete, ti aprono soddisfatti la loro borraccia coperta di feltro. Se non sai la strada, spiegano le loro carte d'epoca e ti mostrano dove andare, ma solo per lasciarti nel dubbio se la strada è quella di oggi o del 1944. E tu devi stare al gioco.
Il cambio della Willis gratta tra i campi di grano, l'onda delle colline ripete quella dell'oceano, il vento duplica il rombo del mare, un mare fangoso che mastica alghe marrone. Case di pietra, piccoli cimiteri, campanili romanici, la Normandia è favolosamente intatta, non diresti che c'è passato l'inferno. Odore forte di iodio, il sole esce, accende praterie di fiori gialli. I passeggeri cantano marcette militari, i bambini gridano a ogni sbandata. Non è gente cui chiedere pareri sul disastro iracheno. Però capisci una cosa. Per loro, l'evento del '44 è stata l'ultima guerra vera. L'ultimo paradigma, l'ultimo mito. Ora "è tutto una merda", spiega il vecchio Charlie, e non va oltre.
Oggi la leggenda è finita. Arromanches, che domenica sarà il clou blindatissimo delle celebrazioni, è già un ingorgo bestiale di camper, pullman, auto con cani e bambini, mezzi militari in servizio e in pensione.
"C'est la galère", brontola un vigile, e spiega: domani sarà peggio. E dopodomani ancora peggio. Cerimonie cerimonie cerimonie. Bush arriva, la Francia sparisce. Il paese risuona di cornamuse e fox trot, le "Brasserie" sono diventate "Pub", i prezzi degli alberghi sono raddoppiati, per trovare una stanza devi andare 100 chilometri lontano.
Orde intruppate vanno al museo dello sbarco, sono spinte nel Circorama a farsi bombardare di immagini e rumori del Gran Giorno. Il "marciapiede della libertà" dell'Europa è ormai una macchina turistica. Sopra la spiaggia di Omaha, uno campo di golf a 27 buche porta lo stesso leggendario nome, ma di leggendario non ha nulla. E ovunque, da Utah al Pegasus Bridge, militari finti. Tanti che capita di sbagliare. A monte di Arromanches c'è un accampamento francese di soldati regolari, così vicino al camping comunale e così simile all'armata-ombra, che ti capita di entrare a chiedere come va, e trovarti il mitra spianato contro.
Sul lungomare arriva un plotone di "collezionisti" cechi, armadi umani con bionde al seguito. Sono meno allegri degli altri e a mezzogiorno hanno già fatto il pieno di birra. Uno di loro, Vaclav, con la coda di cavallo e la cicca di traverso, mi insegna che mentre noi italiani stavamo in panciolle nel Mediterraneo, i cechi buttarono nell'Oceano 4.500 uomini per lo sbarco. I polacchi lo stesso, diedero un apporto decisivo. Ce la misero tutta, perché non sapevano che Londra e Washington avevano già venduto i loro Paesi a Stalin.
Robert ha 70 anni e ha portato qui la moglie da Edimburgo in un sidecar del 1938. La marmitta scoppietta stupendamente nel grano smeraldo. Chiedo: aveva parenti nello sbarco? "No". Allora perché torna? "The joy to be here", risponde, la gioia di esserci. E lei si toglie il casco, scuote i capelli candidi e scopre sull'abbronzatura il segno degli occhialoni, d'epoca pure quelli. In Normandia gli unici che non giocano ai soldati sono i tedeschi. C'è da capirli. Ma anche i civili tedeschi sono pochi. Imbarazzo? Neanche per idea, ti dicono alla gendarmeria. "Sono solo viaggiatori intelligenti. Vengono quando non c'è la ressa. Questi posti li capisci solo quando sei solo con l'oceano".
Sera di luna piena e vento a Port en Bessin, chiuso tra due scarpate. Un plotone inglese colleziona birre al bar "La Marée", canta "The Wild Rover", la storia di un vagabondo che si pente. Fuori, l'ultima luce arancione indugia sul mare fin quasi a mezzanotte. È il triplice effetto del Nord, dell'Occidente e dell'ora legale. Odore di alghe e pesce. Accanto al molo, piccoli pescherecci pieni di galleggianti con bandiere nere al vento. Passano elicotteri, il Grande Fratello non ti molla un attimo. Per la Normandia, le ultime ore di quiete.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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