"Tutti vogliamo difendere la Fiat, ma non sarà facile perché tutti avremo problemi nuovi, specialmente l'azionista di maggioranza e le banche". Fabrizio Palenzona, 51 anni, rappresenta la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, socio di maggior peso, con l'8,7%, di UniCredito di cui è vicepresidente. Parla di Fiat con la sensibilità del banchiere e del piemontese. "La famiglia Agnelli", dice, "ha esercitato il potere che le deriva dalla sua partecipazione in Fiat con dignità, decisione e rapidità, tanto più ammirevoli nei giorni del lutto. Ora ha una responsabilità in più, ma questa non esonera le banche dall'assumersi le proprie".

Dottor Palenzona, Luca Cordero di Montezemolo ha parlato di una Fiat con un azionista forte e saldo.
Mi conforta sentirlo. Ma Montezemolo ha anche detto che lui non si scandalizzerebbe se il Paese facesse uno sforzo per difendere le poche, grandi imprese esistenti, con mezzi rispettosi del mercato. Se il leader della Fiat allude a uno sforzo corale di azionisti, banche, manager, fornitori e sindacati, condivido. Se invece stesse cominciando a dirci che a tutti questi soggetti si dovrà aggiungere lo Stato, allora vorrei capire meglio.

Lo Stato in Fiat? Non è fantaeconomia?
La Fiat ha già ricevuto aiuti cospicui dallo Stato, e questo è giusto. Anche gli altri lo fanno. Lo Stato azionista a Torino sarebbe invece una sconfitta per tutti. Specialmente dopo che le banche, consolidando a medio termine 3 miliardi di euro di crediti a breve, ne avevano scongiurato due anni fa la prospettiva. Il nuovo amministratore delegato, Sergio Marchionne, che credo sia un bravo manager, dovrà dirci con chiarezza a che punto stanno le cose: se basta il cosiddetto piano Morchio o se il progetto di rilancio andrà ampliato, e come. Sento parlare di banche d'affari che studiano spezzatini: sono chiacchiere che non mi piacciono!.

Lei, intanto, che idea si è fatto?
Sulla Fiat abbiamo fatto tutti tanti errori. Non solo chi ha avuto la guida dell’azienda alla fine degli anni Novanta, ma anche le banche creditrici che non hanno capito per tempo che cosa stesse accadendo. Nel 2000, in verità, Mediobanca aveva avvertito che i conti stavano saltando. Ma non venne creduta: né dai soci di maggioranza della Fiat né dal management di allora, e nemmeno dalle banche azioniste di Mediobanca.

È una storia vecchia.
Crede? Chi non ricorda è destinato a ripetere gli errori. Le banche hanno finanziato una politica di investimenti sbagliata della Fiat. Volendo diversificare, la Fiat ha inseguito affari che, al dunque, non hanno compensato la crisi del core business. Ci siamo illusi che il contratto con General Motors potesse liberarci tutti, soci e banche, dal rischio Fiat. Abbiamo scoperto a nostre spese che non era così. Ora, con modestia, torniamo a porci le domande fondamentali.

Che sarebbero?
Chi siamo e che cosa vogliamo. Vede, in questi giorni si parla molto dell'alleanza tra banche e impresa. Ma che cosa sarà mai questa alleanza? Le banche possono prestare denari a breve e a medio termine alle imprese, possono sottoscriverne le obbligazioni, talvolta le obbligazioni convertibili. Possono diventarne azioniste.

Questo non è il mestiere delle banche, si dice.
Non è il mestiere delle banche commerciali, ma dal 1993 anche in Italia è stato imposto il modello della banca universale, e dunque si possono acquisire partecipazioni nelle imprese fino al 15%. Certo, devi sapere quel che fai. Ma questo è un problema di cultura, di professionalità, di strumentazione finanziaria. Le banche tedesche, solo per fare un esempio, sono in Daimler Chrysler e nessuno se ne lamenta, anzi.
Chiusa parentesi, torniamo a Fiat.
Noi in Fiat stiamo recitando due parti nello stesso tempo. Siamo prestatori di denaro e siamo degli azionisti in pectore. Il sistema finanziario è esposto per 22 miliardi. Di questi, tre, forniti da noi e da altre sette banche, sono stati consolidati a medio termine due anni fa. E se nella seconda metà del 2005 la Fiat non rimborserà, verranno automaticamente convertiti in azioni. Questo ci carica di speciali responsabilità.

Quali?
Le banche devono tutelare l'interesse dei loro soci e, prima ancora, dei depositanti. Al tempo stesso, per l'importanza che ha nell' economia italiana, hanno la responsabilità di sostenere la Fiat e di esigere che anche gli azionisti della Fiat facciano la loro parte, come del resto hanno fatto.

Esigere? Non è un linguaggio un po' invadente?
Il convertendo attribuisce già ora alle banche rilevanti diritti. Umberto Agnelli voleva portare Enrico Bondi alla guida della Fiat e noi l'abbiamo fermato, salvo richiamarlo alla Parmalat come il salvatore della patria. Ora Gabetti, si legge, rivela di aver chiesto il parere delle banche sulle aspirazioni presidenziali di Morchio. È una posizione equivoca, la nostra. Sarebbe meglio se cogliessimo l'occasione di questo cambio della guardia per dire che vogliamo una Fiat grande, italiana e vincente e che a questo scopo - diverso da quello assai più modesto che ci proponevamo nel 2002 quando aspettavamo l'arrivo degli americani - siamo pronti a fare la nostra parte anche lasciando trasformare in azioni, se necessario, i 3 miliardi del convertendo.

Le banche nella Fiat fanno paura a molti.
Dovrebbe preoccupare di più una Fiat debole.

Preoccupa tanto potere in mano a banche dominate da fondazioni autoreferenziali.
C'è il capitalismo dei libri e quello della realtà. Le fondazioni sono soggetti di diritto privato che perseguono finalità di interesse pubblico. Una stranezza? Forse. Ma non è ancora più strano questo capitalismo italiano rappresentato da gruppi di persone che tutto dominano con poca spesa grazie alle piramidi societarie? Misuriamoci allora non sulle formule, ma sulla capacità di assumerci responsabilità e rischi e sui vantaggi che vogliamo costruire.

E lei da primo azionista di UniCredito che cosa dice?
Dico che la conversione in azioni del prestito convertendo potrebbe servire all'azienda e, aggiungo, alle banche.

Alle banche? Ma UniCredito e Sanpaolo stanno già svalutando.
È una scelta di prudenza e trasparenza contabile. Se le banche non si fermano al Roe (return on equity, ndr) di un esercizio ma, come il nostro Profumo sa fare, guardano al domani, capiranno che anche a loro serve una Fiat forte, alla guida di un settore che fa ricerca e sviluppo e dà lavoro a centinaia di migliaia di persone, cosa che, come uomo, mi sta a cuore più di ogni altra. Rimarremmo azionisti, solo se serve e per il tempo necessario.

Ma gli Agnelli, così, avranno una quota minore di quella delle otto banche.
Mi pare che nella società in accomandita Giovanni Agnelli & C. e nell'Ifi, oltre che nell'Ifil, esistano risorse importanti che, all'occorrenza, potranno essere reinvestite in Fiat, se, come credo e spero, la famiglia vorrà legittimare nel tempo il suo primato.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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