Poste Italiane è un ex carrozzone pubblico che, in un non lontano futuro, potrebbe essere collocato in Borsa. Già oggi, del resto, il 35% di Poste appartiene dalla Cdp (Cassa Depositi e Prestiti) al cui capitale partecipano per il 30% ben 65 fondazioni bancarie, soggetti di diritto privato. Dalla trasformazione in spa, avvenuta nel 1998, Poste ha fatto molta strada: allora, su 6 miliardi di euro di ricavi, perdeva 794 milioni già a livello operativo e, con gli oneri di ristrutturazione, il deficit arrivava a 1,4 miliardi; nel 2003, su 8,1 miliardi di ricavi, il risultato operativo è positivo per 437 milioni e quello finale per 90. Il servizio migliora: il 92% della posta ordinaria arriva in tre giorni, e l'87% della prioritaria in un giorno solo. Il conto economico beneficia soprattutto dell'incremento dei ricavi del Bancoposta (oltre 1,1 miliardi), e poi delle integrazioni statali per l'editoria e le campagne elettorali (più 136 milioni) e per il servizio universale (più 208 milioni). Assai meno significativo è invece l'aumento del fatturato postale (180 milioni). Gli investimenti determinano ammortamenti più pesanti e costi operativi più alti, compensati tuttavia dal taglio degli organici da 184 mila a 157 mila unità. Detto questo, Poste non genera ancora profitti veri: grazie alle perdite pregresse, non paga l'Irpeg ma solo l'Irap; l'utile deriva da guadagni non ripetibili fatti vendendo cespiti, alcuni dei quali, come il corriere Bartolini, era forse meglio non vendere; lo stesso incremento dei ricavi è frutto in larga misura dell'aumento salatissimo della tariffa sui bollettini postali. La Cdp ha valutato Poste 7,1 miliardi di euro, quasi 5 volte gli aumenti di capitale versati dal governo dal 1998: potrebbe crescere ancora. Ma per offrire azioni Poste al pubblico senza remore, il ministero dell'Economia dovrebbe prima esigere chiarezza sulla questione dei derivati e sui rapporti con le banche, specialmente con l'americana Jp Morgan, peraltro sua consulente nella riforma della Cdp. Il bilancio 2003 di Poste, su impulso del revisore Price Waterhouse, registra proventi da derivati per 66 milioni e perdite per 108 alle quali si aggiungono altri oneri per 53 milioni derivanti dal deprezzamento di derivati più vecchi. Nell'assemblea dell'11 giugno, il presidente Enzo Cardi potrebbe dare più ampie comunicazioni. Risulta infatti che Poste abbia realizzato 556 transazioni sui derivati per un controvalore nominale di 24 miliardi: le prime nel 1999 e poi sempre più numerose fino al 2003. Al 31 dicembre scorso il valore corrente (marking to market) del portafoglio era negativo per 104 milioni, avendo Poste incassato in precedenza premi e differenziali d'interesse netti per 26 milioni. Il consiglio aveva correttamente disposto che il ricorso ai derivati fosse limitato alla copertura del rischio sui tassi d'interesse (poca cosa). Come mai non è avvenuto? Perché il risk management, invece di controllare, era alle dipendenze dell'area finanza? Colpisce il fatto che Poste abbia venduto protezione alle banche tramite credit default swaps: non tanto per le somme quanto per l'improprietà della scelta. Ma il "buco" meno giustificabile è dato dalle quasi 200 swaption, fatte tra il 2002 e il 2003, prendendo, fra l'altro, posizioni sui tassi europei e statunitensi senza avere provvista in valuta. Queste ultime operazioni, fatte sempre con Jp Morgan controparte, hanno dato a Poste 10 milioni netti con una perdita potenziale di 44, che rappresenta quasi l'intera perdita di origine speculativa della società. Poste ha un serio problema di governance. Un analogo problema ce l'ha Jp Morgan, che avrebbe dovuto domandarsi l'origine dei suoi profitti spettacolari. Un problema ancora più grande ce l'ha il ministero, "padrone" di Poste e committente di Jp Morgan. L'azienda si è riservata di avviare azioni legali. Vedremo.
Con la consulenza tecnica di Miraquota.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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