Attaccare senza tregua. Boicottare in ogni modo i pilastri del futuro governo iracheno. Impedire la normalizzazione, spaventare e assassinare i cittadini disposti a collaborare con gli americani e i loro alleati. In sintesi: impedire il passaggio dei poteri al nuovo gabinetto, che nei piani del governatore Usa, Paul Bremer, dovrebbe avvenire entro il 30 giugno. Si spiega così la strategia degli attentati contro la polizia irachena tornata in auge nelle ultime ore. Ieri almeno una dozzina di agenti hanno perduto la vita nella regione di Bagdad. E il loro numero sale a quasi 30 se si includono le stragi di sabato. La più efferata è avvenuta la mattina di due giorni fa a Mussayyib, una cittadina a sud della capitale. Un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nel commissariato locale e chiuso gli agenti in una cella. Poi ha minato l'edificio. Quando alcuni cittadini sono accorsi, le cariche sono esplose. Il bilancio: 10 poliziotti e 2 civili uccisi. I feriti sono più di 20. Poche ore dopo un'altra azione armata sulla superstrada che conduce all'aeroporto internazionale di Bagdad. Quattro guardie del corpo private (2 americani e altrettanti polacchi) che lavoravano per la società statunitense Blackwater sono stati uccisi nei loro gipponi, quindi linciati e bruciati. Un'azione che ricorda da vicino lo scempio dei corpi di altri 4 dipendenti americani della Blackwater, che vennero linciati e appesi alle traversine di un ponte a Falluja il 31 marzo. Quell'azione spinse gli americani a cingere d'assedio la città e scatenare una battaglia durata circa un mese. Ieri mattina nel mirino sono tornati i poliziotti locali. Due auto suicide si sono lanciate contro gli accessi meridionale e settentrionale alla grande base militare di Taji, un ex campo dell'esercito di Saddam Hussein posto una trentina di chilometri a nord della capitale. Oggi vi si trova il quartier generale della Prima divisione di Cavalleria Usa. Ma a fare la guardia sono gli iracheni. Una dozzina di loro ha perso la vita. I feriti sono decine (secondo alcune fonti sino a 70). L'attentato è stato rivendicato dal gruppo Tawhid wa al-Jihad, che secondo gli investigatori americani è comandato da Abu Musab al-Zarkawi, il super-ricercato di origine giordana che sarebbe legato ad Al Qaeda e avrebbe coordinato alcune tra le stragi più gravi nell'Iraq del dopoguerra, inclusa quella contro il quartier generale dell'Onu nell'agosto scorso. L'impressione è che la strategia della tensione sia destinata a crescere. L'approssimarsi dell'appuntamento del 30 giugno potrebbe segnare uno dei momenti più gravi nelle vicende dell'Iraq del dopoguerra. C'è timore per l'incolumità per i 26 neo ministri iracheni. E non sembra proprio che la polizia locale sia in grado di far fronte alle violenze. Se ne rende conto lo stesso neo primo ministro, lo sciita Iyad Allawi, che ieri è tornato a chiedere in un'intervista alla Bbc che le truppe "della coalizione multinazionale rimangano in Iraq per qualche tempo, sino a quando non saremo in grado da soli di risolvere i nostri problemi di sicurezza". Un intervento destinato a pesare sul dibattito in corso all'Onu proprio sulla questione del rapporto tra nuovo governo e le truppe della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Se ne rendono conto anche gli addetti alla sicurezza dell'ambasciata italiana. Proprio in questi giorni si sta completando un nuovo sistema di protezione interna fondato sugli studi balistici degli attentati più recenti contro il compound.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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