Vi ricordate quel campeggiatore tedesco del primo Fantozzi che, infuriato per il baccano insopportabile che gli impediva di dormire, urlava dalla sua tenda: "Silenzio, italiani sempre rumore, sempre cantare, chitarra e mandolino"? Vi ricordate la famosa copertina dello ‟Spiegel” con una pistola su un piatto fumante di spaghetti? Ecco. Dimenticate tutto. Oggi gli italiani, nell'immaginario collettivo, sono ben altro: stile, qualità, classe, raffinatezza, eccellenza. Una radicale mutazione antropologica? Piuttosto, un diverso modo, rispetto a un passato anche recente, di percepire la nostra identità. Niente più pizza e mafia, pulcinellerie e criminalità, ma gusto ed eleganza. Il ragionier Ugo Fantozzi va in soffitta insieme con Sordi, Totò, la mozzarella e don Vito Corleone, superati a destra e a sinistra dalla Ferrari, dal Nero d'Avola e dalle Tod's. È questo il risultato di un'inchiesta realizzata da ‟Eta Meta Research” in occasione del premio "Profeti in Patria", che verrà assegnato oggi alle Scuderie del Quirinale. Si tratta del monitoraggio, durato un mese, di ottanta testate internazionali e un migliaio di siti Internet. Esaminando oltre 1100 articoli dedicati al nostro Paese, apparsi tra aprile e maggio, l'immagine che emerge è molto diversa dagli stereotipi del passato. Stereotipo scaccia stereotipo, verrebbe da dire. Prima eravamo tutti furbi e/o delinquenti, divoratori di "macaronì"; ora siamo tutti allievi di Petronio, l'arbiter elegantiae della Roma imperiale. C'è solo il ‟Chicago Tribune” che ricorda ai nostalgici del tempo che fu gli antichi cliché italioti: "Bisogna fare molta attenzione per le strade delle città italiane, dove ad ogni angolo di strada si rischia di essere derubati". Per il resto sono iperboli e apologie: "L'Italia è oggi la vera e indiscutibile regina dello stile mondiale". Vera e indiscutibile. Ci sarebbe poco da aggiungere alla dichiarazione così formulata dall'inglese ‟Sunday Times”, se non fosse che in Italia ci viviamo noi, e che girando per le strade di Milano, di Roma e della provincia i sudditi della "regina dello stile" rivelano un senso civico alquanto discutibile nella vita quotidiana. Anche se vestono Armani e mangiano carpaccio di branzino. Ci si può indubbiamente sentire lusingati se il settimanale statunitense ‟Maxim” parla degli uomini italiani come "maestri di raffinatezza" e il tedesco ‟Stern” sottolinea "la classe innata di italiani e italiane nello scegliere abbigliamento e accessori", se il ‟New York Times” elogia "la qualità dei prodotti e della cucina italiani" e il quotidiano spagnolo ‟El Pais” esalta i nostri vini. Si può rimanere compiaciuti nell'apprendere che dalla Francia (‟Le Figaro”) alla Russia (‟Moskovskaya Pravda”) arrivano solo complimenti sull'"eccellenza" della Ferrari. Rimane da chiedersi fino a che punto l'alto livello merceologico sia sintomo di un'analoga crescita di quello che viene definito lo stile. A meno che il concetto di stile non escluda a priori accessori secondari come la cultura e la civiltà. Così non c'è bisogno di correre con il ricordo alla volgarità caciarona della "dolce vita" o alla Fontana di Trevi messa in vendita da Totò, per rimanere perplessi di fronte agli aggettivi che designano, all'estero, il maschio italiano: "affascinante", "elegante", "seduttore". Che è ben altra cosa rispetto al tradizionale "donnaiolo" o "play boy da spiaggia". E la donna? "Sexy", "curatissima", con uno "stile innato". Che è ben altra cosa rispetto alla tradizionale "sciantosa" di annamagnanesca memoria. Duecentotrenta articoli vengono consacrati alla moda e al design. 17 a Renzo Piano, che il ‟New York Times” definisce un "architetto simbolo della nostra epoca". E poi: c'è lo chef Moreno Cedroni ("il creatore del sushi all'italiana"), c'è la San Pellegrino e c'è la Barilla. Se un tempo, secondo la saggezza popolare, l'abito non faceva il monaco, oggi l'italiano consiste nel marchio che esibisce. "Fatta l'Italia bisogna fare gli italiani", disse Massimo D'Azeglio. Bene, quel che non poté oltre un secolo di unità, all'alba degli anni Duemila sembra, agli stranieri, una questione risolta una volta per tutte. Tant'è vero che "se i nostri vip e personaggi famosi sono completamente sconosciuti all'estero (al di là di pochi nomi legati al mondo dell'imprenditoria), l'uomo della strada è adesso preso ad esempio e diventa termine di paragone". L'uomo della strada. Ma la domanda è: di quale strada si parla, oltre a Foro Bonaparte e via Condotti? Vorrà dire qualcosa se 84 articoli vengono dedicati alle griffes di Prada e Gucci, ma solo 80 parlano delle nostre città d'arte e del nostro patrimonio culturale? È vero che il ‟Guardian” e il ‟Sunday Times” annunciano che "anche quest'anno ci si aspetta un vero e proprio esodo dei rappresentanti del jet set nella splendida cornice della Toscana, sempre più simile a una colonia britannica". Pazienza che l'unico a soffermarsi sul cattivo stato dei monumenti sia il ‟Moscow News”. È altresì vero, come osserva Saro Trovato, presidente di Eta Meta ed esperto di comunicazione, che "solo rispetto a pochi anni fa l'immagine che la stampa internazionale dà dell'Italia è completamente cambiata". È vero che: "Ci sono oggi alcuni marchi italiani che vengono vissuti come dei veri ambasciatori dell'eleganza e dello stile, capaci di racchiudere tutti i valori e i simboli di questa nuova concezione dell'Italia". Forse però ci accontenteremmo, una volta tanto, di essere percepiti dagli altri per quello che siamo. Con i nostri vizi e con le nostre virtù. Un Paese con un bel po' di spaghetti e un po' di sushi, sempre meno mandolini, un po' di mafia, qualche griffe prestigiosa in vetrina, diversi buzzurri griffati anche tra la brava gente (alcuni più onesti degli altri), poca raffinatezza, qualche raffineria senza depuratori che ancora incombe sulle zone più belle del Bel Paese, che per fortuna rimangono tante. E non sono solo la Toscana di Tony Blair
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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