"Allora generale, è stato pagato un riscatto o li avete liberati davvero?". Mark Kimmit è sorpreso, come se la domanda non avesse alcun senso. "Cosa vuole dire liberati davvero? C'è stato un blitz, grazie alle informazioni dell'Intelligence. I tre italiani e il polacco erano ammanettati, tenuti prigionieri in un'abitazione nella cittadina di al-Mahmudiya, nell'area di Musayeb, una trentina di chilometri a sud di Bagdad. Li abbiamo liberati con la forza, grazie a un blitz, non c'era stato alcun accordo, nessuna trattativa con i terroristi" spiega Mark Kimmitt, il generale americano portavoce delle truppe della coalizione. Scusi generale. Ma lo sa che in Italia si dice che è stato pagato un riscatto di 9 milioni di dollari? Lo sa che si dubita la versione del blitz? "Mai sentita la storia del riscatto. Mi sembra ridicola" risponde. È l' unico argomento per farlo parlare. Sino a ieri la versione americana si era limitata alle scarne dichiarazioni rilasciate dal comandante in capo delle truppe Usa, generale Ricardo Sanchez, l'8 giugno pomeriggio. Ma ieri Kimmitt si è sentito messo in dubbio e ha fornito nuovi particolari. "Va chiarito una volta per tutte che quando siamo arrivati al covo c'erano i rapitori. Si è trattata di un'azione di guerra. Li abbiamo liberati, nessuno ce li ha consegnati". È vero che non avete sparato un colpo? "Vero". Quanti rapitori avete arrestato? "Quattro, sono tutt'ora nelle nostre mani per gli interrogatori necessari". Che ruolo ha avuto l' Intelligence italiana? "Sono temi ancora sotto censura". C'erano agenti italiani con il commando che ha operato a al-Mahmudiya? "Diciamo che il commando era composto da truppe della coalizione. Di più non voglio dire. Occorre capire che fornire troppi dettagli rischia di pregiudicare altre eventuali operazioni". Lo sa che in Italia c' è chi afferma che in effetti il covo dei rapitori era nella cittadina di Abu Ghraib, una quindicina di chilometri a ovest di Bagdad, oppure si dà credito a una versione attribuita all' ostaggio polacco, per cui sarebbe stato liberato a Ramadi, addirittura 110 chilometri a ovest della capitale? "Non c' è nulla di vero" risponde Kimmitt. E assieme a uno dei suoi più stretti collaboratori, il capitano Matthew Yandura, si avvicina a una grande carta geografica appesa a una lavagna. "Ecco, vede? Li abbiamo presi qui, in questa zona sulla strada che dalla capitale scende verso le regioni sciite di Karbala e Najaf" dice indicando al-Mahmudiyah. Una regione nota per l' esistenza di bande di terroristi e criminali che dal luglio scorso hanno ucciso a sangue freddo alcuni giornalisti, un funzionario della Croce Rossa, uno dell' Onu, diversi agenti spagnoli. Poi Kimmitt ha uno scatto. "Ancora non crede alla versione del blitz? Guardi. faccio avere al vostro giornale l' unica fotografia presa dalle nostre forze speciali mentre liberavano gli ostaggi. E' inedita. Ma forse convincerà anche gli scettici. Gli ostaggi erano ammanettati. Prima di condurli fuori dal covo i nostri uomini hanno tagliato le manette con le cesoie, che vede nella foto. In quel momento avevamo appena catturato i terroristi. Se possibile, presto vi forniremo altri dettagli".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>