"Col senno del poi non posso che dare ragione agli americani. Il blitz militare era l'unico modo per salvare gli ostaggi. I tentativi di negoziato e gli appelli non stavano conducendo a nulla". In quasi due ore di intervista Abdel Salam al Kubaissi fa i conti con due mesi di attese, appelli, tentativi, speranze e delusioni. Uomo di mondo, è appena stato a Londra per un incontro interconfessionale, conosce bene Assisi, Roma, Parigi. Al Kubaissi è responsabile delle relazioni internazionali per gli Ulema, uno dei massimi organismi spirituali dei sunniti iracheni (oltre 3.000 studiosi dell’Islam), che più volte in passato ha servito da intermediario per liberare gli stranieri rapiti in Iraq. Ma non nel caso degli italiani. Come mai? "Forse i rapitori non sono iracheni. O meglio, alcuni di loro lo sono, altri no. E la loro organizzazione risponde a logiche e interessi stranieri", spiega visibilmente sollevato dall'esito incruento della vicenda.
E il suo stupore sembra del tutto genuino quando esamina le informazioni più recenti diffuse dai comandi americani. "Noi siamo sempre stati convinti che i rapitori fossero un gruppo prossimo alla resistenza sunnita che opera tra Falluja e Ramadi, a ovest di Bagdad. E là pensavamo dovessero trovarsi anche gli italiani, sino all'ultimo. E invece le nostre fonti confermano adesso la versione americana per cui sono stati liberati a Mahmudiya, nell'aera di Musayeb. Una trentina di chilometri a sud della capitale. Incredibile, davvero inaspettato", ripete più volte.
Sì, inaspettato. Ma, in fondo, perché tanto incredibile? Sin dal luglio scorso, due mesi e mezzo dopo la fine della guerra, Mahmudiya si guadagnava la fama sinistra di assassina degli stranieri. Nelle sue vicinanze, sulla strada che dalla capitale conduce alle zone sciite di Najaf e Karbala, vi vengono uccisi prima un dipendente internazionale della Croce Rossa, poi uno dell'Onu (ancora prima dell'attentato al suo quartier generale di Bagdad alla metà di agosto). Bande di criminali fanno la ronda con i mitra in mano. Sparano a due auto della ‟Cnn”, uccidono due collaboratori iracheni, poi fanno fuoco su una troupe della tv giapponese. Uccidono a sangue freddo alcuni lavoratori russi. L'inviato del ‟Corriere” assiste quasi in diretta alla morte di un giornalista polacco assieme al suo collaboratore di origine algerina, crivellati da raffiche di kalashnikov nella loro auto. A Bagdad i giornalisti locali spiegano che vi agirebbero alcune cellule di terroristi stranieri legati a Al Qaeda. Come mai? "È vicina alla capitale, ma defilata. È circondata di palmeti e alberi da frutta, facile trovarvi rifugio. Ha poco meno di 500.000 abitanti, misti sciiti e sunniti. Sino all'anno scorso vi si trovavano alcune tra le maggiori fabbriche di armi per l'esercito di Saddam Hussein. Uno straniero può facilmente passare inosservato", aggiungono.
Per al Kubaissi è comunque evidente che i rapitori sono gente ben organizzata. "Sin dal primo momento avevamo capito che si trattava di un gruppo politico. E ben strutturato. Lo provano i fatti: non è facile gestire gli ostaggi per un periodo tanto lungo. Occorre nasconderli, nutrirli, fare conoscere al mondo le proprie rivendicazioni. Magari alla lunga poteva cedere in cambio di un congruo riscatto. Ma i suoi fini erano politici. Voleva fare pressione sul governo Berlusconi, sperava che l'Italia ritirasse le sue truppe dall'Iraq. E comunque noi non siamo conoscenza di alcun riscatto pagato. Se ho ben capito, nessuno è mai davvero arrivato a contattarli direttamente. Ora posso dire in tutta onestà che noi Ulema non li conoscevamo". Il suo racconto risale alle prime visite a Falluja assieme ai convogli umanitari organizzati dal commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, Maurizio Scelli. Spesso fu lui a fare da garante per i convogli, nei momenti più tesi, quando la città era sotto assedio. "Ora posso dire che l'ospedale della Croce Rossa a Bagdad è un'istituzione che gode di grande, grandissimo prestigio in Iraq. Però non credo che alla fine abbia potuto influire sulla vicenda ostaggi italiani. Non so neppure che peso abbia avuto sulla resa del corpo di Quattrocchi. Magari nulla, perché i rapitori rispondevano a logiche tutte loro, per me ancora da capire".
La sua analisi si basa sull'esperienza e la conoscenza del terreno. "I fatti non li conosco ancora con precisione. Abbiamo mobilitato i nostri collaboratori a Mahmudiya perché ci dicano di più", chiarisce. E proprio la logica lo spinge a sostenere che gli italiani sono rimasti sempre nelle mani dello stesso gruppo. "C'erano un mucchio di pescecani, banditucoli che cercavano di speculare. Qualcuno del clan dei Dulaimi (una tribù della zona di Falluja, ndr ) ha chiesto soldi in cambio di informazioni. Ma noi non abbiamo mai accettato, non è nel nostro stile. E non credo abbia pagato nessun altro, neppure l'ambasciata italiana. E proprio la mancanza di notizie certe oggi mi fa ritenere che gli ostaggi siano rimasti sempre sotto il controllo della stessa organizzazione". Potevano essere uccisi tutti? "No, non lo credo. Li avrebbero tenuti come ostaggi a pesare sul dibattito politico in Italia. I fatti provano che la via per liberarli era solo quella di una buona intelligence assieme al blitz delle teste di cuoio. I rapitori non hanno voluto ascoltare i nostri appelli e allora hanno fatto bene gli americani ad agire".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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