Un decennio di grandi investimenti in dighe in Laos ha lasciato un'eredità di comunità umane impoverite e ambiente devastato. Lo afferma un recentissimo studio dell'”International rivers network”, la "rete internazionale per i fiumi" che riunisce di gruppi per il sostegno alle comunità locali e per la protezione dei bacini fluviali (www.irn.org). Lo studio The legacy of hydro in Laos (marzo 2004), lancia una forte accusa al governo laotiano che "ha preso ben poche misure per migliorare il tenore di vita delle comunità danneggiate". Ma chiama in causa anche e soprattutto la Banca Asiatica di Sviluppo (Adb), che ha finanziato tre delle cinque dighe in questione. "La Banca asiatica di sviluppo afferma che finanziando i progetti idroelettrici in Laos aiuterà a garantire che gli impatti ambientali e sociali [delle dighe] saranno affrontati in modo adeguato. Eppure, la Adb ha condotto un monitoraggio post-costruzione inadeguato, selettivo o addirittura inesistente, con il risultato che le persone toccate dai progetti vedono peggiorare la propria vita". Le dighe sono state - e restano - un elemento essenziale della strategia economica del governo del Laos. L'idea era sbarrare i fiumi che scendono dai grandi altopiani centrali per buttarsi nel Mekong, e fare dell'energia idroelettrica una risorsa da export. Nel 1993 il Laos ha così firmato contratti preliminari per ben 23 dighe e centrali idroelettriche. Quattro sono state costruite, la quinta dovrebbe essere ultimata entro quest'anno - anche se nel frattempo la crisi economica che ha travolto l'Asia nel 1997 ha ridimensionato le previsioni di domanda di energia da parte dei potenziali clienti (ciò non impedisce che un'ulteriore diga sia in progetto). Il documento dell'”International rivers network” studia le cinque dighe realizzate e traccia un bilancio disastroso. La diga di Houay Ho, costruita dalla coreana Daewoo e completata nel 1998 nel Laos meridionale, ha costretto circa 2000 persone delle minoranze etniche Heuny e Jrou a lasciare villaggi e terre sommerse dal lago artificiale. Nei siti di ricolonizzazione ogni famiglia ha ricevuto uno o due ettari di terreno marginale e spesso non coltivabile, l'acqua potabile scarseggia, e nessuno ha più accesso ai prodotti della foresta - erbe, fibre, frutti spontanei - che facevano una parte importante dell'economia di sussistenza. Il risultato è che sono comparse fame e malnutrizione. Le altre dighe sono nel Laos centrale: anche qui, l'Irn segnala che decine di migliaia di persone hanno perso terre coltivabili e visto crollare la pesca, cioè la principale attività economica e prima fonte di cibo (nell'Indocina rurale il pesce rappresenta l'80% delle proteine consumate). Completata nel 1996, la ‟Nam Song Diversion Dam” è stata finanziata dalla ‟Banca asiatica di sviluppo” (è costata 31,5 milioni di dollari) per deviare l'acqua del fiume Nam Song nel vicino bacino artificiale di un'altra diga, la Nam Ngum, e aumentare la capacità. Una "analisi di impatto" commissionata nel 2000 dalla Banca asiatica afferma che la diga "ha causato grave impatto sull'ecosistema acquatico e sull'uso del fiume a valle della diga da parte di 13 villaggi". In particolare: un migliaio di famiglie ha visto crollata la pesca; le terre coltivabili vicino alle rive sono scomparse causa l'erosione. In tutto, una perdita valutabile in 2 milioni di dollari in quei primi sei anni. La diga di Theun-Hinboun, completata del 1998, ha causato miseria a 25mila persone in 57 villaggi a monte e a valle dello sbarramento: la pesca è crollata, le coltivazioni scomparse. Nel 2000 l'ente costruttore (di proprietà statale) ha accettato di avviare qualche misura per "mitigare" questi effetti ma due anni dopo nessuno aveva ricevuto alcun risarcimento. ‟Nem Leuk”, finanziata dalla Adb e dal governo giapponese, ha toccato quasi 10mila persone che però sono state consultate solo a cose fatte. Problemi analoghi si profilano con la diga Mang 3, ancora in costruzione: 15mila persone ne sentiranno l'impatto. Si capisce perché la progettata diga di Nam Theun 2, che dovrebbe sorgere 50 chilometri a monte della Theun-Hinboun sul fiume Theun, sia circondata da polemiche.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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