I rapporti "confidenziali" a volte filtrano alla stampa, e quello di cui si è avuta notizia ieri è imbarazzante per Royal Dutch Shell, la compagnia petrolifera anglo-olandese. Riguarda le operazioni in Nigeria e dice che Shell potrebbe essere costretta a ritirarsi dal paese africano entro la fine del 2008 a causa della violenza diffusa nel delta del Niger, la regione petrolifera. La notizia di quel rapporto confidenziale era ieri su giornali come il ‟Financial Times” o ‟The Guardian” (entrambi britannici, il primo è il maggior quotidiano finanziario in Europa), ma in effetti è stata l'agenzia ‟Bloomberg” a diffonderlo. Shell ieri ha precisato che non lascerà affatto la Nigeria, che oggi conta per il 10% della sua (della Shell) produzione annuale di petrolio e gas naturale (e Shell, in venture con la francese Total e l'italiana Agip, estrae quasi metà della produzione ufficiale nigeriana di oltre 2 milioni di barili di greggio al giorno). E però la stessa Shell non nega il problema. È stata proprio la compagnia (attraverso la sua filiale nigeriana) a commissionare il rapporto in questione a un gruppo di esperti in "soluzione dei conflitti" di fama internazionale (la ditta Wac Global Services, che ha sede in Nigeria). Shell voleva così "capire meglio come le nostre attività sono influenzate dal conflitto e come vi contribuiscono", ammette sul sito web di Shell Nigeria il signor Emmanuel Etomi, manager del programma "sviluppo sostenibile delle comunità" della compagnia. E il rapporto, datato dicembre 2003, sottolinea come "a volte noi stessi alimentiamo il conflitto con il modo in cui distribuiamo i contratti, otteniamo accesso al territorio, e trattiamo con i rappresentanti delle comunità; quanto male attrezzato sua il nostro personale a ridurre il conflitto". Un eufemismo: attivisti nigeriani dicono che le comunità locali entrano in contatto con Shell di solito attraverso i fucili di polizia e agenti di sicurezza... La dichiarazione di Etomi è comparsa sul web il 10 giugno, quando la compagnia ha diffuso il suo rapporto 2003: dove si ammette tra l'altro che la ricorrente violenza nel delta del Niger è costata l'anno scorso 9 milioni di barili persi (rubati) e altri 43 milioni di barili di mancata produzione.
Shell ammette dunque il problema, che del resto è innegabile e si riassume in poche parole: la Nigeria, uno dei maggiori produttori di petrolio mondiali, ha ricavato circa 17 miliardi di dollari (nel 2002), ma questa ricchezza scivola via, tutt'al più arricchisce una piccola élite nazionale, e lascia alla maggioranza dei nigeriani solo inquinamento, militarizzazione, contrabbando, conflitti sociali. Oggi si stima che un migliaio di persone all'anno siano uccise nel delta. Le compagnie petrolifere sono obiettivo di proteste organizzate ma spesso anche di estorsioni e sequestri.
Certo, Shell ormai si da un gran da fare. Da quando è stata chiamata a rispondere della repressione nella regione Ogoni, nei primi anni `90, culminata con l'impiccazione dello scrittore Ken Saro Wiwa, Shell finanzia un sacco di programmi locali. Nel 2003 ha versato 54,5 milioni di dollari alla Commisisone di sviluppo del delta del Niger (ente nazionale), e 30 milioni in opere di bene nei villaggi vicini alle sue installazioni. Ha fatto accordi con UsAid (l'ente per gli aiuti internazionali del governo di Washington) e con un'organizzazione non governativa africana, finanzia di tutto, dall'agricoltura alla lotta contro la malaria. Ma con ogni evidenza non basta, dice quel rapporto confidenziale: se le cose non cambiano in modo più profondo, la violenza continua e Shell dovrà levare le tende.
La notizia arriva in un momento già imbarazzante per la compagnia anglo-olandese. Un mese fa ha dovuto ammettere che le riserve petrolifere in suo controllo sono un quinto meno di quanto stimato (cosa che incide direttamente sul valore della compagnia), e il presidente della compagnia si era dovuto dimettere (risulta poi che un terzo di quella revisione al basso è dovuto proprio alle riserve nigeriane). Una spina nel fianco, la Nigeria - ma ha tanto petrolio, andarsene sarebbe un disastro.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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