L’assemblea di Poste Italiane, alla quale partecipano i rappresentanti del ministero dell'Economia e della Cassa Depositi e Prestiti, ha approvato il bilancio 2003, che chiude con un utile netto consolidato di 90 milioni di euro. Ma la notizia del giorno è l'avvio di un'azione legale contro la banca americana JP Morgan per l'uso improprio dei contratti derivati. È una richiesta di risarcimento danni per 44 milioni di euro. L'atto di citazione, curato dal professor Gustavo Minervini, è già stato firmato dal presidente del consiglio di amministrazione, Enzo Cardi, e verrà notificato nei prossimi giorni. Sarà la prima grande causa in materia di derivati, prodotti finanziari dei quali si è abusato anche tra le piccole e medie imprese e gli enti locali, ingolositi, questi, da banche domestiche e non internazionali. L'iniziativa è clamorosa perché Poste è un'azienda controllata dal governo italiano e JP Morgan è il più importante operatore mondiale nei derivati e ha avuto importanti incarichi dal ministero dell'Economia. Ma non sarà l'unica azione legale. Poste ha lavorato anche con altre 24 banche: in particolare con Bear Stearns, Lehman Brothers, Bank of America e Commerzbank. Ora sta valutando le diverse posizioni. JP Morgan, tuttavia, è stata di gran lunga l'interlocutore principale che ha concluso con Poste 242 operazioni, in gran parte swaption, su un totale di 556. Tra il 1999 e il 2003 l'azienda italiana ha incassato dalla banca americana 10,5 milioni di euro al netto dei costi ma ha anche maturato perdite potenziali di 44 milioni. Queste perdite potenziali erano emerse già nell'aprile del 2002 nella misura di 23 milioni, ma Poste si era messa d'accordo con JP Morgan per ristrutturare i contratti, salvo scoprire che, due anni dopo, il "buco" si era quasi raddoppiato. L'azienda prende coscienza del problema quando il revisore Price Waterhouse consiglia di conteggiare i derivati al valore di mercato e fa emergere sull'intero coacervo di tali operazioni una perdita potenziale di 104 milioni. È a questo punto che Poste chiede a Mediobanca di condurre un'analisi della materia distinguendo tra contratti di pura copertura e contratti speculativi: per i primi, e purché non eccedessero i 50 milioni ciascuna, il responsabile dell'area finanza di Poste, Massimo Catasta, aveva la delega del consiglio; per gli altri, o per operazioni di importi superiori, non l'avrebbe avuta. Constatato che almeno la metà delle perdite potenziali deriva da iniziative speculative, e dunque non autorizzate, Poste ha licenziato Catasta. Questi avrebbe travalicato i suoi poteri: in particolare, avrebbe fatto più operazioni da 50 milioni in sequenza in modo da eludere il vincolo. E JP Morgan, secondo la citazione, non avrebbe adeguatamente ottemperato all'obbligo di verificare i poteri di Catasta. Di solito, simili contenziosi si risolvono con accordi bonari lontani dai riflettori. Ma l'inchiesta della Procura di Roma ha reso impraticabile la rinegoziazione dei contratti. JP Morgan, d'altra parte, si sente talmente sicura del fatto suo che ha addirittura promosso Antonio Polverino, il giovane dirigente che faceva da controparte a Catasta, a capo del desk europeo dei derivati a Londra.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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