In mezzo al traffico l'auto kamikaze si infila tra due gipponi di tecnici occidentali. Una Volkswagen Brasilia rossa, vecchia, insignificante. Ma carica con oltre 500 chili di esplosivo. Neppure il tempo per frenare. Lo scoppio è devastante. I morti sono una quindicina, tra loro almeno cinque dipendenti della General Electric americana: due inglesi, un francese e probabilmente due statunitensi. Tecnici incaricati di ricostruire la rete elettrica irachena, oltre alle loro guardie del corpo. I feriti sono una sessantina. Ma la stragrande maggioranza delle vittime sono civili, passanti, automobilisti bloccati negli ingorghi stradali delle 8 di mattina a piazza Tahrir, nel cuore della capitale. Una palazzina è semidevastata, per lunghe ore i vigili del fuoco lavoreranno per districare i corpi dalle macerie. Più tardi il neo ministro degli Interni, Falah al Naqib, dichiarerà alla tv satellitare al-Arabiya che "secondo le prime informazioni il kamikaze non era iracheno".
La logica dell'ennesimo attentato ieri (la diciassettesima auto kamikaze dall'inizio del mese) è quella di sempre: fare precipitare il Paese nel caos. Con una variante. In questo caso gli obiettivi erano gli stranieri impegnati nella ricostruzione. Ben poco di nuovo (se non la variante dell'autobomba contro altri veicoli, in genere si usano mine, mitra o bazooka): sin dall'estate scorsa la guerriglia e il terrorismo mirano a colpire i dipendenti locali e stranieri delle ditte che lavorano per la normalizzazione, in nel settore energetico.
Un anno fa il governatore Usa, Paul Bremer, aveva promesso che avrebbe portato l'erogazione di energia elettrica "a livelli ben superiori di quelli dell'Iraq di Saddam prima della guerra". Qualche settimana fa, di fronte alle difficoltà crescenti, si parlava di portare la produzione dai 4 mila megawattora di maggio a 6 mila il 30 giugno, in concomitanza con il passaggio dei poteri al nuovo governo iracheno. Ma proprio gli attacchi ai dipendenti stranieri ostacolano il lavoro.
Nelle ultime settimane oltre 200 russi hanno abbandonato la grande centrale elettrica di Dohra, a Bagdad, e un'altra 50 a chilometri più a sud. Prima di loro erano partiti i tecnici tedeschi e altri russi. In aprile circa 800 erano tornati a Mosca con un ponte aereo organizzato in fretta e furia dal governo Putin. Ormai le spese per mantenere i pochi rimasti sono altissime. Costano di più i loro servizi di scorta che non i loro salari. Un bodyguard può guadagnare oltre 20 mila dollari al mese netti.
E l'attentato di ieri ha evidenziato un altro effetto devastante della violenza: l'esasperazione della gente, che si trasforma in odio anti-occidentale e xenofobia diffusa. Subito dopo lo scoppio centinaia di persone si sono radunate a gridare slogan contro "i nemici americani" e i "loro alleati sionisti". Sono stati attaccati alcuni giornalisti stranieri. Una troupe della tv giapponese è stata oggetto di colpi di pistola. E ancora più preoccupante è la situazione di anarchia diffusa.
Ieri, presso la zona dell'attentato, abbiamo visto alcune bande criminali spararsi e attaccarsi a colpi di spranga senza che le pattuglie della polizia locale facessero nulla per fermarle. Si moltiplicano i racconti di rapimenti a scopo di estorsione. Alcuni alberghi minori sono stati assaltati da un gruppo di banditi travestiti da poliziotti.
Continua intanto l'operazione americana di rilascio dei prigionieri dal carcere della vergogna a Abu Ghraib (da quando 3 mesi fa è esploso lo scandalo delle torture e delle umiliazioni contro i prigionieri). Ieri mattina sono state liberate quasi 600 persone. Secondo la Croce Rossa, in marzo i prigionieri erano 6.527, ora meno di 2.500. Gli americani si erano offerti di smantellarlo completamente. Ma lo stesso nuovo premier iracheno, Iyad Allawi, si è opposto. "Il carcere costò oltre 100 milioni di dollari - ha detto -. Sarebbe assurdo gettarli al vento nel nostro Paese dove ogni dollaro è tanto necessario per la ricostruzione".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>