Poco dopo le nove si ode minaccioso e puntuale lo scoppio dell'auto kamikaze nel centro di Bagdad. Una nuvola di fumo si alza dalle parti dei palazzi presidenziali. Le finestre dell'hotel Palestine tremano. Per la ventesima volta dall'inizio del mese. La gente di Bagdad accende le radio. "Dov'è questa volta l'esplosione?", si chiedono impazienti. Ma ci vorrà almeno mezz'ora per conoscere il posto. Un luogo già tristemente noto: il centro di reclutamento per i volontari della nuova polizia vicino al vecchio aeroporto di Muthanna, prospiciente i giardini di al Zahwrah.
"Un'autobomba. Eravamo in coda per dare le nostre generalità. All'improvviso la deflagrazione ci ha buttati a terra. Sopra di noi sono volati rottami di vetture, terriccio, pezzi di cadaveri. Un massacro", raccontano i testimoni.
Una scena simile a quella dell'autobomba dell'11 febbraio. Allora persero la vita 47 persone. Per lo più giovani che cercavano lavoro e l'avevano trovato tra i primi annunci della nuova polizia. Offrivano meno di 300 dollari al mese per le reclute, 500 per gli ufficiali. Ieri, secondo i bilanci ancora provvisori, i morti sono stati 35. I feriti circa 140. "Ma il numero dei decessi potrebbe salire. Ci sono tanti feriti molto gravi", ha detto il ministro della Sanità, Alaadin Alwan. Poco dopo arriva il neo-premier, lo sciita Iyad Allawi, circondato da una ventina di guardie del corpo. Si muove con circospezione sul selciato devastato dallo scoppio, fa attenzione alle pozze di sangue, guarda con preoccupazione verso la carcassa di una vettura sventrata dalle schegge. L'auto del suicida era riempita di proiettili d'artiglieria, l'effetto è stato dirompente. Per gli iracheni questa è comunque un'immagine inconsueta. Da un anno criticavano gli uomini del Consiglio provvisorio di essere latitanti e codardi. "Non vengono mai sulle scene dei massacri. Che leader sono?", protestavano. Dal luglio 2003 centinaia di poliziotti iracheni sono morti (secondo alcune stime oltre 600) negli attentati. Allawi vuole dimostrare che il nuovo corso è già iniziato.
"I terroristi non sono iracheni. Vengono dall'estero. Ma li prenderemo, non permetteremo che trascinino l'Iraq nel caos", ripete. Un segnale di fermezza, se non nei fatti, almeno a parole. Il 30 giugno il governo della Coalizione guidata dagli Usa passerà formalmente i suoi poteri al nuovo gabinetto. Allawi vuole essere all'altezza.
Non è un mistero per nessuno che la sua polizia può fare ancora molto poco. "Le loro forze di sicurezza non sono ancora in grado di controllare il Paese, le nostre truppe resteranno a garantire che la transizione funzioni", ripete il vice ministro della Difesa Usa, Paul Wolfowitz. L'americano è qui in visita per vedere di persona i problemi sul campo.
Comunque il nemico è ancora forte. Ieri il neo-ministro della Difesa, Hazem al Salama, assieme a quello degli Interni, Falah Hassan al Naqib, afferma che responsabile dell'attentato sarebbe Abu Musab al-Zarqawi, il leader di Al Qaeda in Iraq.
Le agenzie non hanno finito di battere l'annuncio che una seconda auto-bomba scoppia nelle vicinanze della municipalità nel villaggio di Yethrib, un'ottantina di chilometri a nord della capitale. Muoiono 6 agenti iracheni, altri 4 restano feriti. E subito dopo 3 soldati Usa perdono la vita nella vicina cittadina di Balad.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>