La Casa Petrarca di via dell'Orto, in cui dicono che il poeta sia nato il 20 luglio 1304, è provvisoriamente chiusa. Visite sospese. Il Palazzo Comunale in Piazza della Libertà espone i manifesti colorati della Giostra del Saracino che si terrà oggi, di un parco giochi, l'Isola del Sorriso, di una manifestazione intitolata "Lasciateci divertire", di una mostra sul bansai con tanto di conferenza su "gli stili, la tecnica, l'estetica di un'antica arte orientale". Le segretarie battono furiosamente sul computer alla ricerca di qualcosa di petrarchesco. Niente. "Il calendario degli eventi non prevede nulla". Consigliano di rivolgersi all'Accademia Petrarca, che si trova in un bell'edificio storico del centro e che per la verità ha organizzato tre convegni nel primo trimestre dell'anno e qualche mostra. Ma, dice il presidente Giulio Firpo, professore di Storia romana a Chieti, "di solito se ci sono trenta persone, è grasso che cola". La cittadinanza è disinformata o distratta. Le bacheche d'entrata nella sede della Provincia annunciano: un Mozart Festival, una Guido Monaco World Competition, un concorso concertistico Guido d'Arezzo. L'unica presenza del Petrarca si trova in un angolo del concorso "Sei un lettore forte?", che premia con una copia del Canzoniere i lettori più assidui della rete bibliotecaria provinciale. Il Teatro Petrarca prevede un gran galà di danza, Tkhapkis Dance, un balletto intitolato "La Giara" ed espone in questi giorni la mostra "CLIC!", per fotografi in erba. Al Centro turistico dicono che su Petrarca "non c'è nulla che bolle in pentola". L'Assessorato alla Cultura del Comune esibisce un'altra mostra succosa: "La leggenda del West", sul mito della frontiera americana. La città è tappezzata dei vessilli dei quartieri per la Giostra e di manifesti della mostra "Da Picasso a Botero", che si è chiusa in questi giorni.
Di Petrarca, niente. O quasi. Se chiedete agli aretini che cosa rappresenta oggi il loro illustre concittadino, vi risponderanno alzando le spalle. Dell'anniversario non sanno nulla. Gabriella, la gerente del Ristorante Il Cantuccio, ammette di non aver mai visitato la Casa del poeta. Un insegnante di lettere seduto a un tavolo dice che gli aretini si sono appassionati molto di più a Botero che all'anniversario di Petrarca. Un'altra insegnante di lettere, Besi, fuori dalla sede del centro-sinistra, dove si parla del ballottaggio per il sindaco, fa un rapido calcolo mentale ed esclama: "Eh già, sono settecento anni…". Giovanni, un distinto e spiritoso commercialista che sta al suo fianco, spiega così il vuoto di memoria collettivo: "Abbiamo un retaggio contadino permeato di una certa ignoranza, e poi Petrarca è nato qui per sbaglio, i personaggi che sentiamo nostri sono piuttosto Piero della Francesca, Pietro Aretino e Guido Monaco". Via Petrarca si trova nella parte bassa della città, quella moderna. Come, del resto, la piazza dedicata a Monaco, il genio che inventò le note musicali. La Prof Besi aggiunge: "Gli aretini hanno un'arguzia un po' grassa, Dante li chiamava "botoli ringhiosi": non possono apprezzare Petrarca". Giovanni preferisce scherzare e buttarla sull'alimentazione: "Siamo stati abituati alle proteine naturali, ai legumi, che non favoriscono lo sviluppo delle cellule cerebrali…". Il professor Firpo, che pure con l'Accademia ha regalato alla città iniziative di valore, ha una sua tesi: "I Medici nel '500 hanno eliminato ogni segno di memoria storica e così c'è stato un black out culturale fino a metà '800, con una città impoverita e svuotata. Oggi è tutto in mano all'industria orafa e le sole cose in cui gli aretini si riconoscono sono le opere di Piero visibili in San Francesco e la Giostra del Saracino". Aldo Brunetti, il rettore del quartiere di Porta Crucifera, taglia corto: "Per ora la città ha la testa nella Giostra e nelle elezioni. E poi Petrarca è nato qui per errore".
Nessuno che ricordi "Chiare fresche e dolci acque"? "Fin lì ci s'arriva", dice il ventenne Jacopo, "ma niente di più". Ci arrivano anche gli allievi del Socio-psico-pedagogico, che escono allegramente dalla cena di classe all'Osteria dei Mercanti. A Marta, Petrarca fa venire in mente solo l'omonimo Teatro. Ilaria si limita a dire che "è uno scrittore", così come Moira. Maria Novella associa il suo nome a una società di ginnastica ritmica. Matteo cita una simpatica canzonetta: "Francesco Petrarca maremmano scriveva le poesie con il… in mano". Non si tratta della penna d'oca, ovviamente. "Lo conosco solo come nome, - dice Marco - non so cos'ha fatto né quand'è esistito". Per fortuna c'è lì vicino l'insegnate di Educazione musicale, che richiama subito il genere poetico dei sonetti. E visto che si comincia a fare sul serio, la diciottenne Elettra vuol parla dell'"Ascesa al monte Ventoso" come di "un'allegoria della purificazione". Brava Elettra. Il prof di Musica, invece, è certo che i suoi allievi preferiscono Boccaccio al cantore di Laura "perché ci trovano argomenti sicuramente più interessanti, e non fatemi dire cosa intendo…". Non ce n'è bisogno. Giuliana Beatrice dell'Hotel I Portici, aretina d'hoc, rispolvera la saggezza popolare: "Ignoriamo le nostre cose. Arezzo soffre del cosiddetto male del calzolaio". Il calzolaio? "Sì, il calzolaio che va a spasso con le suole sfonde…". Da Corso Italia, "antico borgo maestro", si raggiunge la Casa Petrarca. Ma pochi lo sanno. Non lo sa neanche l'orologiaio in pensione Giovanni, 75 anni, che quando sente il suo nome aggrotta la fronte: "Boh, so che è stato illustre ai suoi tempi ma non mi chieda perché". Bisogna rivolgersi a due giovani aspiranti avvocati, Silvia e Daria, per avere qualche soddisfazione:
"Dell'anniversario, qui ad Arezzo, non se ne sa niente, perché non è stato pubblicizzato, ma Petrarca lo si conosce bene, con Vasari e Piero è un vanto della nostra città, anche se è nato qui solo perché il babbo era di passaggio". Le cronache dicono, per la precisione, che il notaio ser Petracco di Parenzo, guelfo bianco, era stato bandito da Firenze e riparò esule ad Arezzo, dove nacque il futuro poeta. A Michele, 18 anni, in piedi sui pattini a rotelle, Petrarca evoca una vaga idea di musica. E non sarebbe male se sapesse spiegarne la ragione. Sul portone accanto alla Casa natale del poeta, uno studente di Scienze politiche, Mauro, precisa di aver studiato "qualcosina a titolo privato": "Dice che il suo babbo era un amico del fratello di Dante e che lo conobbe proprio qui in via dell'Orto, che era la strada degli esuli fiorentini". Stefania gli sta accanto e lo ascolta mangiando uno yogurt: "Ammetto la mia ignoranza, a scuola copiavo sempre da lui".
C'è di peggio. C'è chi, appena sente pronunciare il nome del poeta, si allontana in punta di piedi come se si parlasse di Dracula o del mostro di Firenze. Ci manca solo che la mano scivoli a toccar ferro. Succede ai tavolini del Caffè Vasari, dove almeno c'è l'avvocato Niki, 27 anni, che parla come un libro stampato: "Ritengo che il Petrarca sia poco valorizzato rispetto a un Piero della Francesca perché ha fatto opere meno visibili: una cosa è l'arte figurativa, facilmente fruibile da tutti, un'altra cosa è la lettura, l'interpretazione di un testo poetico. Forse per questo la città, in campagna elettorale, ha deciso di ignorare l'anniversario e si è rivolta a cose più popolari". Era prevedibile. Difficile che il Canzoniere raccolga voti. L'avvocato Niki abita a trenta metri dalla Casa Petrarca ma gli è sfuggita ogni tipo di manifestazione per l'anniversario. A pochi passi da lì, su un altro tavolino, quattro giovanotti giocano a carte: "Gli aretini e Petrarca? Se ci chiede qualcosa sugli aretini e la briscola, possiamo rispondere". Mettiamoci anche gli aretini e il Western, gli aretini e Botero, gli aretini e il bonsai…
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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