Arrestato un altro iracheno coinvolto nel caso dei quattro ostaggi italiani in Iraq. "Abbiamo fermato un uomo che riteniamo responsabile della vicenda degli italiani a Mahmudiya. Con lui sono state fermate altre due persone", ha dichiarato ieri il portavoce dell'esercito Usa a Bagdad, generale Mark Kimmitt, precisando che l’arresto è avvenuto sabato. Mahmudiya è la stessa località, una trentina di chilometri a sud della capitale, dove due settimane fa sono stati liberati dalle forze americane Salvatore Stefio, Stefano Agliana e Umberto Cupertino. Il nuovo arrestato va ad aggiungersi ai quattro iracheni che a detta di Kimmitt erano stati fermati al momento dell'azione.
Ma la questione ostaggi resta tragicamente all'ordine del giorno. È scaduto l'ultimatum nei confronti di Kim Sun-il, il 33enne lavoratore sudcoreano caduto nelle mani dell'estremismo islamico, sembra nella zona sciita di Falluja. L'altro giorno il gruppo della Tawhid wal Jihad (Unificazione della Guerra Santa) aveva divulgato un video tramite la tv satellitare araba Al Jazira in cui minacciava di decapitarlo se il governo di Seul non avesse promesso di rinunciare ad inviare entro agosto un contingente di 3.000 uomini in Iraq a fianco delle truppe della Coalizione. Kim Sun-il nel video implora disperato che gli venga salvata la vita. La tv nazionale sudcoreana ha ieri ripetutamente mandato in onda il video portando acqua al mulino delle forze pacifiste locali. Ma ieri Seul ha ribadito di non voler cedere al "ricatto terrorista". E il segretario di Stato Usa, Colin Powell, ha promesso il pieno sostegno dell'esercito americano. Secondo gli investigatori, il gruppo dell'Unificazione della Guerra Santa sarebbe guidato da quello stesso Abu Mussab al Zarqawi che è l'uomo di punta di al Qaeda nella regione. L'inquietudine per la sorte di Kim Sun-il si somma a quella di altri 10 occidentali, tra cui forse un giornalista free lance europeo, che potrebbero essere nelle mani dei fondamentalisti.
Nella stessa regione del "triangolo sunnita" resta infuocata la situazione a Falluja. Il 19 giugno l'aviazione americana vi aveva effettuato un raid che aveva causato la morte di una ventina di persone. Ieri Kimmitt ha ribadito la validità di quell'attacco. "Da diverse fonti sul posto la nostra intelligence ha avuto la conferma che si trattava di un covo di gruppi terroristici, forse dello stesso al Zarqawi. Il nostro bombardamento ha tra l'altro fatto esplodere diversi depositi di munizioni nascosti nella zona", ha aggiunto Kimmitt. Ieri alcune centinaia di persone hanno invece manifestato contro il raid. "Sono morti solo civili, donne e bambini. Falluja è una città di uomini coraggiosi. Non abbiamo bisogno di Zarqwi per combattere gli americani", ha dichiarato, Jamal Shakir, imam di una moschea locale.
Il rischio è che possa tornare a esplodere l'ondata di violenze che lo scorso aprile spinse gli americani a assediare la città per circa un mese. Oggi un fragile tregua è garantita tramite l'impiego di ex soldati dell'esercito di Saddam Hussein. Ma da alcuni giorni tornano i segnali di crescita della tensione. Sarebbe un colpo grave anche per il nuovo governo iracheno, che mira proprio all'utilizzo su larga scala di ex militari baathisti. Incontrando una delegazione di membri del Congresso Usa, il neo presidente Ghazi al Yawar ha invece minimizzato l'ipotesi di utilizzare la legge marziale prospettata due giorni fa dal neo premier Ayad Allawi. "È una possibilità. Ma speriamo non sia necessaria", ha detto Yawar.
Gli scontri non si fermano. Ieri mattina sempre dal triangolo Sunnita sono arrivate le immagini di quattro soldati americani uccisi in un’imboscata a Ramadi, circa 100 chilometri a ovest di Falluja. Gli uomini apparivano coperti di sangue, ancora in divisa, apparentemente morti in battaglia. Il generale Kimmitt ha chiarito che i quattro soldati erano dati per dispersi. "Erano partiti dalla base in missione. Ma poi all'appuntamento radio non si sono più sentiti". Un’altra vittima tra le file americane nella zona di Bagdad: un soldato ucciso da un colpo di mortaio.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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