"Sicurezza", ripete senza sosta Ibrahim Jaafari. "Il metro del nostro successo sarà garantire la sicurezza agli iracheni". Come? "Prima di tutto chiedendo ai Paesi vicini di aiutare a controllare i confini per bloccare l'infiltrazione di terroristi e provocatori", ci risponde in una abitazione superprotetta da soldati americani e agenti della nuova polizia irachena nel quartiere di Khadissiah. Saddam Hussein l'aveva fatto costruire per alloggiarvi i dirigenti del suo regime e i fedelissimi della nomenclatura baathista. Tante villette sprofondate nel verde, ma circondate da un gigantesco muro in cemento armato che separa il compound dal resto della città. Oggi vi sono concentrati gli esponenti del nuovo governo che formalmente entrerà in carica il 30 giugno. I controlli alle porte sono rigorosi. Non ci permettono neppure di entrare con i telefonini spenti. Jaafari sorride, visibilmente imbarazzato. Sino a pochi anni fa era lui a essere braccato dalla polizia della dittatura. Nato nella città sciita di Karbala nel 1947, nel 1966 diventava militante del partito islamico Dawa. Diventato dirigente di punta, 14 anni dopo Saddam lo bandiva dal Paese. Lui fuggiva in Iran, poi a Londra. Oggi la sua battaglia per un Islam moderato nel rispetto di un Paese federalista, fondato sulla separazione tra Stato e religione, lo ha condotto al posto di vicepresidente. Lo intervistiamo proprio mentre da Nassiriya giungono gli allarmi per il pericolo di infiltrazioni di guerriglieri ceceni. È un pericolo concreto? "Non so nello specifico - risponde Jaafari -. Ma conosco per certo che tra le file del terrorismo militano elementi pericolosi infiltrati dall' estero".

Quali sono i Paesi da cui arrivano i terroristi stranieri: Iran, Arabia Saudita? Può essere più specifico sulle loro responsabilità?
In molti casi abbiamo scoperto che i militanti tra le file della violenza erano arrivati in Iraq da un Paese limitrofo, ma provenivano da luoghi ben più lontani. Ciò che noi chiediamo alle polizie dei nostri vicini è di aiutarci a controllare le frontiere.

In aprile il governatore Usa, Paul Bremer, che entro il 30 giugno terminerà il suo mandato in Iraq, affermò che le vostre forze di sicurezza non erano ancora pronte. Quando sarete in grado di fare a meno delle forze della coalizione in Iraq?
Non dimentichiamo che proprio gli americani decisero di smantellare il nostro esercito alla fine della guerra. Ora stiamo cercando di ricostruirlo. Ma abbiamo bisogno di tempo, mancano i mezzi, occorre ripartire quasi dal nulla. Non possiamo permetterci di sbagliare, giocheremmo sulla pelle della nostra gente. Sino a che non saremo pronti, le forze americane e i loro alleati dovranno restare sul campo. Nel frattempo, si potrebbe costituire una forza di intervento multinazionale sotto l'egida dell'Onu

Ma Kofi Annan proprio tre giorni fa ha detto che mancano le condizioni di sicurezza per inviare personale in Iraq. Lo considera un tradimento?
L'Onu è stato ideato per intervenire nelle condizioni di emergenza. Proprio la situazione in cui versa oggi l'Iraq. Se non vengono ora, a che cosa servono? La verità è che noi abbiamo un disperato bisogno delle Nazioni Unite. Sono state il massimo fattore di legittimità internazionale per il nostro governo e sono necessarie per la ricostruzione.

Gli americani sostengono che potrete tenere le elezioni nazionali entro il 31 gennaio 2005. È d'accordo?
Mi impegnerò per anticipare quella data. La verità è che l'unica fonte autentica di legittimità è il voto. Spero si possano creare le condizioni di sicurezza sufficienti perché ciò possa avvenire. Così torniamo al punto di partenza. La fine della violenza, la vittoria contro la guerriglia e il terrorismo non rappresentano solo condizioni necessarie per la normalizzazione, ma soprattutto premesse inderogabili per far avanzare il processo politico. Lo ha detto bene anche il nostro premier Allawi: la vera prova per il nostro governo sarà la sua capacità di restaurare la sicurezza.

Quali sono i punti di forza del nuovo gabinetto rispetto al Consiglio provvisorio che era stato nominato dagli americani un anno fa?
Possiede un grado di sovranità molto maggiore. Abbiamo un maggior numero di ministri e di rappresentatività. Inoltre abbiamo imparato dagli errori degli ultimi mesi, conosciamo meglio il Paese e il nostro mestiere. Ci siamo dati strutture amministrative più efficienti.

E i punti di debolezza?
Alcuni ministri non hanno ancora abbastanza esperienza. Devono rodarsi e non so come potranno farlo in queste condizioni d'emergenza. Ma soprattutto ci manca la legittimazione del voto. L'ho già detto: solo le elezioni nazionali daranno vita a un vero governo. Speriamo di tenerle il più presto possibile, anche prima della fine dell'anno.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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