Per la prima volta dopo almeno due mesi e mezzo c'è una speranza nuova in Iraq. Lo vedi nella rabbia rinnovata della gente contro gli attentati. "Terroristi, agenti stranieri, iraniani, sauditi, nemici degli iracheni", dicono in tanti guardando all'orrore delle stragi. Lo vedi nel modo in cui parlano del nuovo governo: "Una possibilità di uscita dal vicolo cieco in cui stiamo precipitando". Se il vecchio Consiglio provvisorio era diventato negli ultimi tempi "il fantoccio degli americani", il nuovo gabinetto che si insedierà formalmente il 30 giugno gode di maggior rispetto. "Dobbiamo credere in loro. I terroristi non hanno piani politici concreti, se non distruzione e violenza. Il nuovo governo magari riuscirà a condurci presto alle elezioni", affermano. E lo vedi dal modo ambiguo in cui parlano degli americani. "Invasori" a tutti gli effetti. Ma anche invasori in difficoltà, su cui si potrà forse influire. C'è paura, trionfa la criminalità, sono tornate le code infinite ai distributori, manca l'energia elettrica esattamente come un anno fa. Eppure l'idea che i ministeri possano tornare a funzionare sotto la piena direzione irachena, che si stiano ricostruendo la polizia e l'esercito nazionali, che i militari americani siano meno presenti nel centro delle città, apre la prospettiva di una eventuale via di uscita. "Sarà la disperazione. Ma io in questo governo credo davvero. Il nuovo ministro della Cultura, Mofeed al Jazaeri, è un grande esperto che ama l'arte e la storia del nostro Paese. E non è il solo. Questi ministri sono dei veri eroi. Sanno di essere nel mirino dei terroristi. Eppure restano al loro posto", dice Qasim Alsabti, direttore di una delle più note gallerie d'arte moderna nella capitale. E detto da lui ha un valore particolare. Qasim è il tipico rappresentante dell'intellighenzia locale molto filo-francese, che sino a poco fa condannava senza riserve "l'invasione americana e le sue conseguenze". Ma nel piccolo bar degli artisti i discorsi all'ordine del giorno sono la paura dei rapimenti. "I banditi sono ovunque. Samira Abdel Wahab, una delle pittrici più note, ha dovuto pagare un riscatto di 50.000 dollari per riavere i due nipotini. Per noi è una somma favolosa, se si pensa che gli stipendi mensili medi non superano i 250-300 dollari". Un fenomeno diffusissimo. Si calcola al ministero della Sanità che solo dagli inizi di aprile siano stati rapiti oltre 100 medici. E forse non solo per motivi criminali, ma per colpire il sistema sanitario nazionale e bloccare la normalizzazione, così come vengono attaccati gli oleodotti per piegare l'economia. Un recente sondaggio commissionato dall'amministrazione Usa rivela che il 62% della popolazione crede che la situazione potrebbe migliorare dopo il 30 giugno. Ma ben il 92% considera le forze americane e i loro alleati "truppe occupanti". E il 55% vorrebbe se ne andassero subito. Un enorme cambiamento rispetto ai primi mesi dell'anno, quando quest'ultima percentuale era ferma al 28%. La svolta avvenne ai primi di aprile, quando i comandi Usa decisero di sferrare l'offensiva contro l'enclave sunnita di Falluja. Allora la guerriglia si guadagnò sul campo il diritto di espellere con la forza gli "invasori". Oggi questi ormai profondi sentimenti anti-americani (e dunque anche anti-italiani) sono in parte mitigati dalle nuove aspettative. "L'unica possibilità è sperare nei nuovi ministri. Gli americani hanno fatto l'errore di lasciare aperti i nostri confini per troppo tempo. Sono arrivati tanti provocatori legati a Al Qaeda, oltre a agenti iraniani, sauditi e siriani", dice Alì al Jamali, direttore di una ditta che importa mobili dall'estremo Oriente. E continua: "Ora il nuovo governo costruirà una polizia di frontiera. Magari imporrà la legge marziale. Pazienza. Dovremo rinunciare alle nostre libertà. Ma tanto non eravamo comunque pronti".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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