A febbraio l'Italia industriale si era rimessa in moto, a marzo è cresciuta bene, in aprile ha aumentato il fatturato del 7,9% e il portafoglio ordini del 3,4. Maggio, dicono le anticipazioni, conferma la tendenza. Siamo al quarto mese di ripresa. Non è poco, dopo due anni di quaresima. L'Italia sta agganciando la ripresa mondiale trainata da Cina, Stati Uniti e Giappone. Naturalmente, possiamo domandarci quanto l'ancoraggio sia saldo e per quanto tempo ancora Stati Uniti e Cina cresceranno ai tassi attuali, del 5% i primi, del 10% la seconda: forse siamo arrivati al banchetto un po' tardi, con le elezioni americane a novembre e i primi segnali di un possibile raffreddamento dell'economia a Pechino. Ma ci dovremmo anche chiedere se l'Italia industriale di oggi sia la stessa di sempre, che cerca di lucrare con la solita furbizia vantaggi marginali, o se qualcosa nel profondo stia cambiando, e se ne sia il segnale questo balzo del 9,1% del fatturato verso l'estero dopo anni nei quali l'Italia ha perso quote rilevanti nel commercio mondiale. L'impressione è che qualcosa stia cambiando. E in meglio. Ai tempi della lira, l'Italia comprava in dollari le materie prime e vendeva in marchi i prodotti finiti. Una lira forte verso la moneta Usa e debole verso quella tedesca era l'ideale. Quando, e accadeva spesso, era debole anche verso il dollaro, importavamo inflazione. Così abbiamo campato per gli ultimi trent'anni del secolo scorso. Lo scenario muta radicalmente con l'euro. Il cambio non può più essere usato per ricostituire margini di competitività in Europa, storico mercato di sbocco delle merci italiane. Ed è singolare che la ripresa avvenga adesso con una forte crescita delle esportazioni italiane - dicono all'Ice, l'Istituto per il commercio estero - verso l'area del dollaro nonostante l'euro forte. E l'area del dollaro non vuol dire solo Stati Uniti o America Latina, ma anche Russia, Estremo Oriente e Cina. È un segnale importante: vuol dire che l'offerta italiana - non solo tessile e abbigliamento ma ancor più meccanica fine e meccanica strumentale - si impone per il suo valore intrinseco più che per il prezzo. Viene il dubbio che le lamentazioni sull'euro, sempre troppo basso o troppo alto, fossero solo l'esternazione del disagio di quella parte dell'Italia industriale che non riusciva a trovare la sua strada e sognava perciò la droga di un'impossibile svalutazione. Se la tendenza in atto durerà abbastanza, avremo scoperto un Paese che non si piange addosso, ma in silenzio si rimbocca le maniche e ora vede i risultati. Quest'Italia positiva è soprattutto l'Italia dei distretti industriali: delle 180 mila imprese, quasi tutte piccole, che sanno esportare, quando in Francia o Germania sono meno di 10 mila. Nati per aggregazione su base geografica, i distretti si vanno riorganizzando come centri di competenze e di convenienze più che di produzione, come nuove filiere su base nazionale e talvolta internazionale. Hanno aspettato per un po' che la Germania si risvegliasse, e poi hanno deciso che il Far East e la Russia, per non dire dei Balcani, rappresentano la loro nuova frontiera dove vendere e, prima ancora, fabbricare. Il sistema bancario nazionale aiuta ma può fare meno che in passato, perché paga il prezzo di miopie antiche, come quelle dell'Iri degli anni Cinquanta che negava a Raffaele Mattioli gli aumenti di capitale necessari a fare della Banca Commerciale, allora grande quanto la Deutsche Bank, una banca italiana diffusa nel mondo. In compenso, le valli del Nord sono battute dall'Ubs, Unione delle banche svizzere: le vie della globalizzazione, evidentemente, sono infinite. Vuol dire che stiamo cedendo un po' di valore aggiunto agli svizzeri. Pazienza. Ma anche da questi contatti - così come dalla pedagogia della nuova Confindustria di Montezemolo - passa la maturazione del capitalismo familiare, se non verso maggiori dimensioni aziendali, certo verso un'organizzazione più moderna e professionale.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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