È stato il giorno del terrore in Iraq. L’offensiva dei terroristi ieri ha lasciato sul terreno un centinaio di morti e oltre 300 feriti, quasi tutti civili e poliziotti iracheni: la serie di attentati da Bagdad a Mosul sembra coordinata da una mente, quella di Abu Musab Al Zarkawi, considerato il "numero uno" di Al Qaeda nel Paese.
È il trionfo della strategia della destabilizzazione in vista del passaggio dei poteri al nuovo governo di Bagdad previsto per il 30 giugno. Uno sviluppo atteso. Ormai da tempo sia le autorità americane che i dirigenti del nuovo corso iracheno mettono in allarme sull’intensificarsi della violenza in concomitanza con questo passo fondamentale sulla via della democrazia. È facile verificare sul campo che larga parte dell'opinione pubblica in Iraq è oggi favorevole al nuovo governo. Anche le truppe americane e i loro alleati stanno riacquistando una certa credibilità dopo le difficoltà di aprile e maggio. Se non altro perché le opposizioni violente non hanno mai avuto un progetto politico. La gente è stanca di violenza, chiede sicurezza, lavoro, normalità, e vede nel nuovo gabinetto un'ancora di salvezza. Così i gruppi dell'estremismo giocano la carta disperata del bagno di sangue. E colpiscono le colonne portanti del nuovo corso: polizia, centri amministrativi, strutture economiche. Da due settimane non passa giorno senza che non scoppi un'autobomba, non venga preso di mira un dirigente del governo, un oleodotto.
Ma ieri gli attacchi sono sembrati coordinati da una attenta regia. L'offensiva inizia alle 9 di mattina nella città di Mosul, polo petrolifero del centro-nord, al confine con le province curde. Nel giro di un'ora cinque autobombe fanno una strage nelle vicinanze di altrettante stazioni della polizia. La gente che fugge terrorizzata, raffiche di mitra isolate, le sirene delle ambulanze e l'impotenza delle forze di sicurezza. Il primo bilancio provvisorio riporta almeno 65 morti e quasi 200 feriti. Mentre ancora Mosul brucia, l'inferno si sposta a Baquba e Ramadi, nel cosiddetto "triangolo sunnita", dove operano le milizie armate legate all'ex regime.
Anche qui sono prese di mira le caserme della polizia e la municipalità. A Ramadi i morti potrebbero essere 4 o 5. A Baquba, dopo gli scoppi di due auto-kamikaze, gente armata scende in strada a sfidare i poliziotti. Interi quartieri diventano terra di nessuno. Gli americani sono costretti a intervenire con l'aviazione e le truppe corazzate per riportare la calma.
Intanto sin dalla prima mattina si riaccende la tensione a Falluja, la vera capitale violenta del triangolo sunnita. Qui secondo l'intelligence statunitense ha i suoi covi anche Al Zarqawi. Ieri tra l'altro su un sito web saudita il terrorista rivendica la paternità delle nuove violenze e torna a minacciare il neo-premier iracheno, Iyad Allawi. Già due volte nell'ultima settimana l'aviazione Usa ha colpito Falluja in località dove sospetta si trovino centri operativi di Al Zarkawi, uccidendo una quarantina di persone. Ieri verso le otto le unità corazzate hanno organizzato quelle che i comandi definiscono "azioni difensive" nella zona industriale alla periferia della città. Ma la resistenza è stata subito decisa. Per oltre quattro ore sono continuati i combattimenti. Si è temuto un nuovo lungo assedio. Ma verso mezzogiorno è tornata la calma.
Ai primi di maggio si arrivò al cessate il fuoco grazie a una brigata di militari legati alla Guardia Repubblicana dell'ex esercito di Saddam Hussein. Al loro comando fu messo in un primo tempo il generale Jasim Mohammad Saleh, ex fedelissimo del raìs. Poi sostituito con il colonnello Muhammad Latif, un ex dirigente dell'intelligence poi caduto in disgrazie e incarcerato dalla dittatura. Ma adesso quella formula di compromesso appare pregiudicata. E Falluja torna un campo di battaglia.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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