Da qualche giorno le prime pagine dei maggiori giornali di Singapore e Malaysia sembrano un bollettino di guerra. Riferisce il ‟New Straits Times” (di Kuala Lumpur, Malaysia) che lunedì i servizi meteo segnalavano 84 hot spot, "punti caldi", e martedì erano già oltre 250. Ieri lo ‟Straits Times” (di Singapore) ne contava 400 e aggiungeva che da Sumatra si erano estesi anche a Kalimantan, il Borneo indonesiano. I "punti caldi", chiazze rosse sulle foto prese dai satelliti meteorologici, corrispondono a incendi estesi. In altre parole: a Sumatra e Kalimantan, le due maggiori isole dell'Indonesia, si diffondono giganteschi incendi e sul sud-est asiatico è tornata "la foschia" (haze), secondo il termine usato dagli uffici meteorologici della regione. Non che sia una novità: ogni anno, in questa stagione "intramonsone", migliaia di agricoltori bruciano le sterpaglie sui loro terreni per prepararli alla nuova semina, che tutto sia pronto quando arrivano le piogge a ottobre. Gli incendi mandano nuvole di fumo a ristagnare nell'aria, il fumo intrappola le particelle inquinanti delle aree urbane e industriali, il vento diffonde lo smog. Questa volta però i giornali parlano di una situazione particolarmente grave. A Kuala Lumpur il ministro dell'istruzione ha suggerito agli studenti di sospendere tutte le attività all'aperto e ha annunciato che avanti così bisognerà chiudere le scuole. Sulla capitale della Malaysia è scesa una cappa di nebbia, con le torri Petronas ridotte a una vaga silhouette. A Pekambaru (Sumatra) le autorità locali distribuiscono mascherine ai motociclisti perché si proteggano dal fumo. Gli aereoporti di Sumatra registrano forti ritardi nei voli. All'aereoporto intercontinentale di Kuala Lumpur la visibilità era ridotta ieri a tre chilometri rispetto agli usuali 10 chilometri - nessun volo è stato cancellato, ma tutti ricordano la débacle dell'estate 1997, quando il traffico aereo nell'intera regione era stato paralizzato. Allora gli incendi avevano bruciato circa 10 milioni di ettari di vegetazione, di cui almeno metà foreste, tra Kalimantan e Sumatra: l'emergenza era costata almeno 10 miliardi di dollari tra spese sanitarie, danni a infrastrutture, paralisi di trasporti e turismo, legname perso, mancata produzione industriale (più difficile è valutare la miseria umana, la devastazione a lungo termine, il danno ambientale più generale).
Il ‟Jakarta Post” scriveva ieri che la "foschia" di questa settimana è la più grave dal 1997-'98. E le cronache si ripetono in modo impressionante. Il governo della Malaysia ha chiesto all'Indonesia di fermare gli agricoltori che accendono gli incendi, e chiede con urgenza un vertice delle nazioni del Sud-est asiatico per discutere contromisure. A Jakarta il vicepresidente Hamza Haz ha risposto che il suo governo non può fare più di tanto, tocca ai governi provinciali agire - e ha lanciato una frecciata ai vicini, che traggono beneficio dal contrabbando di legname tagliato di frodo in Indonesia. Il ministero delle foreste indonesiano incolpa gli agricoltori tradizionali perché si ostinano a usare il metodo "taglia e brucia", cioè ripulire col fuoco i terreni da coltivare al limitare delle foreste, anche se accendere incendi forestali o agricoli è vietato dalla legge indonesiana. ‟È una tradizione... Possiamo solo sperare nella pioggia”, ha dichiarato il portavoce del ministero Transtoto Handadhari. Un responsabile del ministero dell'ambiente indonesiano conferma (all'agenzia ‟Reuter”) che la "ripulitura dei terreni" è la prima causa degli incendi, ma aggiunge: "Le prime indicazioni mostrano che alcune aziende sono coinvolte". Déja vu: nel 1997 era risultato che erano proprio le grandi aziende, titolari di gigantesche concessioni per piantagioni di palma da olio e altre derrate per l'export, a usare il fuoco per ripulire i terreni (costa molto meno). Il ‟Jakarta Post” parla di corruzione, le leggi anti-incendi non sono applicate e i grandi proprietari di piantagione si comprano l'impunità. Mentre i meteorologi predicono che le condizioni di haze dureranno fino a ottobre - quando arriveranno le piogge.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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