Venuta alla luce ogni menzogna, smontato ogni espediente retorico della Casa Bianca per giustificare l'ingiustificabile, ossia l'attacco preventivo a un Paese nazionale, dissimulato come lotta a un terrorismo ubiquo e trasversale, un importante sondaggio attesta che la maggioranza degli americani è ora contraria alla guerra: troppe bare a stelle e strisce. "Un errore avere attaccato l'Iraq. L'America volta le spalle alla guerra". Così in sintesi gli articoli apparsi in questi giorni. Ebbene, non so se anche a voi queste parole danno le vertigini. Errore si dice di una scelta poco felice di Trapattoni ai campionati europei, che so, Del Piero e non Gilardino; o al limite di un'errata valutazione di una banca centrale nell'alzare o abbassare il costo del denaro. Ma di una GUERRA? Migliaia di morti, generazioni traumatizzate, incalcolabili feriti, terrorismo o odio dilagante. Un errore? Che ne è delle parole, dei nostri orizzonti di senso?
La guerra segna il limite di là dal quale le parole non valgono. In realtà sono fallite prima, per arrivare al punto di desiderarla. E in tanti in Italia l'hanno desiderata, trovandola attraente e necessaria e "affanculo la pace" (dixit il direttore del Foglio). Il sodale di Sgarbi nell'ipocrita partito della bellezza, Giorgio La Malfa, si impegnò con me in una discussione da treno in cui mi trovai a ribadire le buone ragioni per cui eravamo contro la guerra e per la pace: noi, la stragrande maggioranza degli Italiani, degli Europei, dell'opinione pubblica della Terra, che mostrò in mondovisione milioni di rivoli colorati riversarsi nelle città, in una grande comune manifestazione per la pace. L'on La Malfa disse che forse avevo ragione, ma la guerra era giusta perché noi eravamo una democrazia e l'Iraq no. E allora?
Non provo soddisfazione oggi vedendo i nostri argomenti in bocca ai politici, è un'odiosa ricompensa mentre si continua a usare "pacifista" come insulto o etichetta politica ingenua, da cui perfino la sinistra prende le distanze per apparire adulta e responsabile, cioè "di governo". Ricordo lo slogan "Non in mio nome", che mentre ripudia la guerra esalta l'importanza dei singoli, mentre i missili prolungano l'esito dei massacri industriali del 900: uccidere senza guardare in faccia, annullando le identità degli umani. La pace è un patto di senso, senza il quale si eclissa ogni idea di legalità e di "giusto", quella recta ratio su cui poggiava una volta il diritto di natura. Altrimenti vale la legge enunciata da Kelsen, il grande giurista: le guerre non le vince chi è nel giusto, ma chi è più forte. Preparato dalla distruzione delle parole, il patto è stato violato dall'esercizio della forza, che ha creato in Occidente i veri Stati-canaglia. Il segretario dei Ds annunciò mesi fa di voler proporre all'Europa di adottare il nostro art. 11 della Costituzione, in un comune ripudio della guerra. Nonostante noi per primi l'abbiamo vergognosamente violato (un errore?) non è mai troppo tardi.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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