"Normalità, finalmente. Per me questa giornata significa soprattutto che l'Iraq torna a essere un Paese normale, riprende il corso della sua storia dopo la lunga parentesi della dittatura e della guerra", dice Ghazi Al Yawar incontrandoci appena pochi minuti dopo la cerimonia di insediamento del nuovo governo. Il tavolo del suo ufficio è ancora coperto dalle tazzine di tè offerte agli ospiti. Le guardie del governatore Usa uscente, Paul Bremer, stazionano nel corridoio. Sul tetto la bandiera irachena è stata appena issata al posto di quella americana. Lui sorride tranquillo, quasi bonario. "Non conosco il mestiere del presidente. Ma la politica ce l'ho nel sangue. Me la insegnò mio padre quando guidava la nostra tribù, gli Shammar, la più numerosa e diffusa nel Paese. E io ora devo fare lo stesso, mediare, trattare, saper ascoltare", dice. Forse è questa la spiegazione, perché la prima impressione incontrando il neo-presidente iracheno è quella di una persona che sta bene con la gente. E fa del suo meglio per mostrarsi diverso da Saddam Hussein. "Lui era un dittatore che si poneva al di sopra della legge, un violento che disprezzava la vita umana. Ma nell'Iraq del futuro non c'è posto per super uomini. Io sono ben consapevole che tra sei mesi, quando ci saranno le elezioni, potrei tornare a Mosul, a casa mia, tra la gente della mia tribù. Questa mattina, quando mi hanno consegnato il documento che instaura il nostro governo, il mio cuore ha tremato come una farfalla, l'ho tenuto stretto in mano, poi sono stato felice di passarlo ai nostri giudici della nuova Corte Suprema. Finalmente abbiamo una legge, finalmente è la fine dell'arbitrarietà".

Presidente, il modo repentino in cui è stata convocata la cerimonia, due giorni prima della data fissata, non è in realtà una vittoria del terrorismo?
No. Il nostro governo era pronto e anzi funzionava già da almeno una settimana. Non c'era motivo per attendere. Ora dobbiamo dimostrare al mondo e a noi stessi che possiamo stare sulle nostre gambe. L'Iraq è stato uno dei primi Stati moderni del Medio Oriente. Sino agli anni Sessanta la monarchia godeva di un regime costituzionale dove il primo ministro governava con metodi democratici. Poi la dittatura baathista ci ha portato indietro di secoli. È sparita del tutto la classe media, che era una delle più avanzate e intellettuali del Medio Oriente. Ora dobbiamo riprendere la tradizione democratica, tornare al principio per cui fonte di ogni sovranità è il popolo. Mi confortano gli ultimi sondaggi: quasi il 70 per cento degli iracheni crede in noi. La nostra missione è non deluderli.

Prima di parlare di politica, cosa sta leggendo la sera?
Amo leggere di storia. Posso concentrarmi su di un tema o un periodo per sei mesi. Di recente ho riletto Machiavelli, non per imitarlo, ma per prendere le distanze. Non voglio fare la fine del Principe.

La sua tribù comprende sciiti e sunniti. È possibile la guerra civile?
Sciocchezze, pure fantasie. Questo Paese è molto più unito di quanto si creda. La tradizione di convivenza tra le sue componenti è radicata, antica. Ricordo, quando ero bambino, mia mamma, che è una donna semplice, ma tipica rappresentante dell'Iraq profondo, ogni anno da Mosul mi portava ai pellegrinaggi sciiti di Karbala e Najaf. Oltre il 90 per cento degli iracheni si riconoscono nella loro identità tribale, che è un'identità trasversale, diversa e parallela a quella sciita, sunnita o curda.

Quali sono le differenze tra questo nuovo governo e quello che ha retto dalla fine della guerra?
Enormi e riassunte in una: prima a governare erano gli americani. Ora siamo noi. E a gennaio avremo le elezioni, dove potrei anche candidarmi se sarò stato apprezzato. A quel punto il nostro tragitto di ritorno verso la sovranità popolare e un governo caratterizzato dalla divisione tra esecutivo, legislativo e giudiziario sarà completato.

Intanto però nella zona di Falluja e del "triangolo sunnita" c'è chi annuncia l'intenzione di sgozzare altri ostaggi, la possibilità di nuovi attentati si fa più grave. E il terrorista Abu Musab al-Zarqawi minaccia direttamente la vita di tutti gli esponenti del nuovo governo. Come può parlare di stabilità?
Su Falluja vorrei essere chiaro: gli abitanti di quella città sono carne della nostra carne. Chi ha fatto parte della resistenza contro l'occupazione americana ora dovrebbe dimostrare di essere un vero patriota, deporre le armi (noi siamo pronti a concedere l'amnistia se collaborano) e costruire con noi il futuro. Ma sappiamo che a Falluja sono nascosti terroristi infiltrati dall'estero. A loro daremo la caccia senza quartiere, speriamo con l'aiuto della popolazione locale. Stiamo esaminando la possibilità di adottare la legge marziale, almeno per un periodo limitato. Misure eccezionali, perché i terroristi tengono in ostaggio gli iracheni. Lo vediamo negli attentati.

Pensa che il leader estremista sciita Moqtada Al Sadr vada assorbito nel nuovo sistema politico?
Assolutamente sì. È un leader importante del nostro Paese, non vedo perché debba essere ostracizzato. So però che è accusato di alcuni crimini e per questo dovrebbe fare i conti con il nostro nuovo sistema giudiziario. Quando lo avrà fatto, sarò felice di stringergli la mano, potrebbe anche candidarsi alle elezioni di gennaio se crede.

Lei chiederebbe alla Nato di mandare nuove truppe in Iraq?
Tre principi dovrebbero essere rispettati prima di inviare nuove truppe: non devono essere di un Paese confinante, dovrebbero appartenere a un regime che rispetta i diritti umani, e in terzo luogo mi sembra inutile facciano parte di un contingente limitato per uomini e mezzi. Meglio pochi contingenti ma larghi, che tanti corpi di spedizione atomizzati.

Ancora quanto tempo dovrebbero restare i 3.000 italiani?
Non so. Dobbiamo vedere quando noi saremo in grado di garantire la nostra sicurezza interna. Ora non saprei giudicare, altri sei mesi, forse più. Vedremo con l'evolversi della situazione.

Lei ha vissuto e lavorato in Arabia Saudita. Cosa pensa di chi accusa una parte della casa reale di sostenere e finanziare Al Qaeda?
Sono accuse tutte da provare. Io non lo credo. So invece che abbiamo un nemico comune in Al Qaeda e dobbiamo combatterlo assieme al resto della comunità internazionale. Noi lo faremo anche con la nuova società aperta, con centinaia di giornali, con la nuova libertà in Iraq.

Presidente, se ci consente, un ultimo parallelo con Saddam. Lui cambiava continuamente d'abito: si vestiva da soldato, curdo, imam sciita, operaio, avvocato e via di seguito. Lei indossa sempre la stessa jallabiah araba tradizionale. Cosa significa?
Che mi trovo bene nei miei vestiti. Mi ricordano il nostro passato, la tradizione, i principi etici a cui sono stato educato. Non ho bisogno di travestirmi.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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