Ma che razza di paese è questo? E che razza di meschina "battaglia navale" è quella condotta contro 37 uomini in fuga da uno scenario di orrore e di sangue? Ogni giorno, su qualche intelligente giornale italiano capita di leggere un’invettiva (doverosissima, sia chiaro) a proposito di una o l’altra delle troppe "guerre dimenticate", mentre - questa è la formula prevista da tale genere letterario - "i riflettori sono concentrati solo sull’Iraq".
Negli ultimi tempi – ripeto doverosissimamente - si parla, con una certa frequenza, della "guerra dimenticata" in Sudan; e noi tutti, secondo un classico rituale penitenziale dell'Occidente, siamo lesti ad assumere un'aria grave e a dire che sì, in effetti, del Sudan "non si parla abbastanza". Ma quando, poi, un lembo di quel Sudan, un frammento dolente e martoriato, nella forma più antica e contemporanea, insieme - quella del profugo, del fuggiasco, del richiedente asilo - bussa alle nostre porte, ecco intervenire i mezzi militari della guardia costiera. E impedire lo sbarco sul territorio italiano. I 36 sudanesi in questione sono stati soccorsi,lo scorso 20 giugno, da una nave, la Cap Anamur, appartenente all’omonima associazione umanitaria con base a Colonia. Il portavoce dell'organizzazione, impegnata da venticinque anni nell'aiuto ai profughi, spiega così la situazione: "Abbiamo deciso di portarli a Lampedusa, ma ci siamo accorti che non potevamo: lì possono attraccare solo navi della lunghezza massima di 80 metri e la nostra è di poco inferiore ai cento. Dunque, ci siamo diretti verso Porto Empedocle ma, mentre ci avvicinavamo, abbiamo avvistato un peschereccio in panne, con undici somali, diretti a Malta. La loro imbarcazione era in pessime condizioni e abbiamo deciso di scortarli fino alle acque territoriali dell'isola. Questo - conclude il rappresentante della Cap Anamur - spiega il fatto che siamo stati avvistati al largo di Malta; da lì siamo tornati verso Porto Empedocle, ma le autorità italiane ci hanno negato l'accesso". Dunque, l'ingresso nelle acque di Malta offre al governo italiano il pretesto (ben misero) per impedire alla Cap Anamur lo sbarco sul territorio italiano. E, così, i 36 sudanesi, fuggiti da una guerra atroce che devasta il loro paese e massacra i loro connazionali, si trovano ad affrontare un'altra guerra: quella mossa contro di loro, con un nutrito spiegamento di imbarcazioni della guardia costiera e della guardia di finanza, da un paese, il nostro, di 60 milioni di abitanti. Si consuma, in tal modo, l'ennesima ipocrisia: spesso si sente dire - dagli imprenditori politici dell'intolleranza - che "la nostra società non è in grado di accogliere tutti" (bella scoperta!); e, altrettanto spesso, si sentono blandire gli umori più torvi e i sentimenti più regressivi ("portano via il lavoro, le case, le donne... !"). Però, si aggiunge pudicamente, altro discorso va fatto per i profughi. Ma quando, poi, i richiedenti asilo - in carne e ossa, dolore e panico - chiedono rifugio e tutela, la risposta viene fornita, in maniera eloquente e irremovibile, dalla nostra guardia costiera. È recente l'allarme di Amnesty International: l'Europa sta chiudendo le porte ai perseguitati politici; e l'introduzione, nell'ordinamento italiano, di alcune norme in materia - definite "smunte e succinte" da Giovanni Conso - non ha risolto, certo, il problema. Anzi. Bastino alcuni dati: nel corso del 2000 sono state accolte 1642 richieste d'asilo rispetto alle 22.260 presentate; nel 2001, 2098 su 11.176; nel 2002, 1270 su 17.162. E per quanto riguarda il 2003, secondo Laura Boldrini, portavoce italiana dell'Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr): "Nonostante non sia ufficiale l'ammontare delle domande d'asilo presentate, si sa che quelle esaminate dalla commissione centrale sono 12.912, di cui 3.207 respinte, 7.348 decadute perché il soggetto non è stato più reperibile e appena 1.678 si sono trasformate in permessi per motivi umanitari". Percentuali assai ridotte, come si vede, nonostante che i dati relativi ai paesi di provenienza di chi sbarca in Italia, siano davvero inequivocabili. Si può dire, in altre parole, che alcuni fattori politici (guerre e conflitti, ma anche persecuzioni di minoranze etniche o religiose da parte di regimi dispotici) si stiano affiancando (o meglio: intrecciando) ai tradizionali fattori economici nella spinta ad abbandonare i paesi d'origine.
È significativa, sotto questo profilo, la crescita del numero di curdi, iracheni e palestinesi che si dirigono verso il nostro paese; e, altrettanto, lo è quella dei sudanesi e dei somali, in fuga da un paese dov'è in corso, da 12 anni, una guerra spietata. Pochi, pochissimi, gli accolti, dunque, ma non solo: il tempo d'attesa per ottenere lo status di rifugiato attualmente va dai 15 ai 24 mesi circa, a fronte dei 45 giorni previsti dalla normativa; e la permanenza in Italia, in questa condizione di "sospensione", si traduce in un'esperienza assai dolorosa, anche sotto il profilo psicologico. È come se quella guerra, dalla quale si cerca scampo, inseguisse le sue vittime oltre i confini del campo di battaglia: e non trovasse tregua, armistizio, zone franche nemmeno a migliaia di chilometri di distanza.
Quella guerra e la sua logica spietata si prolungano, "con altri mezzi", nelle frontiere chiuse e nelle normative ostili delle nostre democrazie. E l'antico e sacro principio dell'obbligo di soccorso - quello che fonda lo stesso concetto di consorzio umano - ne diventa, a sua volta, vittima.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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