Per la prima volta nella loro storia, ieri gli indonesiani hanno avuto la possibilità di eleggere un presidente e un vicepresidente della repubblica: e hanno preso molto sul serio la novità. L'affluenza alle urne è stata massiccia: una macchina elettorale gigantesca, una logistica complicata per accomodare 153 milioni di elettori sparsi in 13mila isole, una mobilitazione popolare e un entusiasmo impensabili in molti paesi europei (meno ancora negli Stati uniti). E tutto ha funzionato più che bene. Hanno funzionato, a quanto pare, anche i sondaggi della vigilia. I primi risultati infatti confermano le previsioni: l'ex generale Susilo Bambang Yudhoyono è in testa, seguito dalla presidente uscente Megawati Sukarnoputri, mentre l'altro ex generale, l'ex capo delle forze armate Wiranto, arriva terzo (a ieri sera le posizioni erano rispettivamente 33, 26,8 e 23,2%: ma su appena il 5% dei voti scrutinati, soprattutto urbani).
Siamo ancora nelle prime fasi del conteggio, mancano soprattutto le ciscoscrizioni rurali: ma nessun candidato sembra ottenere il 50% dei voti. Dunque tutto punta a un secondo voto di ballottaggio, il 20 settembre. Con ogni probabilità si fronteggeranno l'ex generale ed ex ministro della sicurezza interna Yudhoyono e la signora Megawati - Wiranto potrebbe uscire di gara. Tutto questo però attende conferma: è chiaro invece che l'Indonesia ieri è entrata in una nuova fase della sua transizione democratica: un autorevole commentatore qui l'ha chiamata la "fine dei majapahit", i regnanti assoluti..
Votare è un fatto molto pubblico, qui. I seggi elettorali sono di solito tendoni sorretti da grandi pali, uno spazio magari delimitato da cordoni ma aperto, alla vista di tutti, davanti a edifici pubblici, sui marciapiedi o ai crocicchi delle strade, giusto un paio di poliziotti per garantire l'ordine - che in effetti è stato garantito ovunque dal senso civico dei cittadini. Così è sotto gli occhi incuriositi di interi vicinati che abbiamo visto decine di funzionari e scrutatori al lavoro nelle vie di Jakarta, dai quartieri benestanti a quelli più popolari: ovunque abbiamo visto il responsabile del seggio aprire le schede una ad una, sollevarle per mostrarle bene ai presenti, pronunciare il nome del candidato o candidata scelto, e ogni volta l'annuncio è stato accolto da ovazioni del pubblico - come se fosse il voto espresso, più che il candidato, a meritare gli applausi. In molti seggi il conteggio è stato ripetuto, per via di un'incertezza sulle schede da invalidare: ma alla fine l'operazione è stata rapida, ogni seggio ha appena due o trecento elettori iscritti. Ci sarà un secondo spoglio delle schede, condotto in modo centralizzato dalla Commissione elettorale (per questo i risultati formali e definitivi saranno annunciati tra una decina di giorni).
Un voto pacifico e corretto, ha testimoniato l'eurodeputato Glynn Ford, capo di un gruppo di osservatori dell'Unione europea. Così ha dichiarato ieri sera l'ex presidente americano Jimmy Carter, che con il suo ‟Carter Centre” lavora da tempo in Indonesia e parla di "una magnifica transizione democratica". In tutto c'erano 500 osservatori internazionali ieri sparsi per l'arcipelago - incluse zone delicate cone Aceh, la provincia di Sumatra settentrionale che vive sotto legge marziale.
Molti di più, oltre 125 mila, erano gli osservatori interni - ed è questo un altro aspetto della mobilitazione di massa vista ieri. Attivisti di gruppi di aiuto legale, coalizioni per la libertà di stampa o per la riforma elettorale, organizzazioni sociali: il variegato "movimento politico-sociale per la democrazia", come lo definisce l'avvocata Francisia Seda. Lei lavora per un gruppo chiamato Cetro, Centro per la riforma elettorale, che ho seguito a Jakarta est.
Eccoci a Kayu Putih, quartiere di baracche di legno piantate attorno a un laghetto fetido, circondate dalle silhouettes di grattacieli e grandi centri commerciali che incombono, si allargano: infatti nei quattro mesi trascorsi da quando gli elettori erano stati iscritti nelle liste di questo seggio, parte dello slum è stato sgombrato per fare spazio a un nuovo progetto edilizio e metà degli elettori sono dispersi altrove. Ma i baraccati superstiti erano tutti attorno al tendone, occhi puntati sulle schede. "Ovunque abbiamo visto grande partecipazione", conferma l'avvocata: ‟È la prima volta che votiamo per il presidente, è un fatto storico e tutti ne sono ben consapevoli. Certo, nessuno si aspetta che le cose migliorino d'incanto, ma votare non è mai stato sentito così importante". Seda parla anche della battaglia per allargare la rappresentanza femminile (oggi l'11,8% dei deputati sono donne) e capovolgere una vecchia cultura patriarcale.
Della stessa battaglia parla un gruppo di giovani ricercatrici sociali incontrate in una guest-house della chiesa protestante a Jakarta: vengono da Jayapura, Papua occidentale, hanno lavorato sei mesi per l'"educazione politica" di comunità rurali dove le donne, dicono, cominciano a fatica ad avere voce in capitolo alle scelte. L'"educazione alla democrazia" è essenziale, dicono i responsabili del "Centro di educazione popolare al voto", che ieri avevano mobilitato centomila osservatori in tutto il paese e ieri avevano organizzato gruppi di osservatori e reporters indipendenti.
L'entusiasmo di questi attivisti è alto. Certo: le telefonate degli ascoltatori a ‟MetroTv”, che ieri ha fatto un filo diretto continuo da tutto il paese, parlano anche di intimidazioni: i grandi partiti hanno le proprie bande, a volte vere e proprie milizie, e quelle del partito di Megawati sono note per usare metodi spicci per garantirsi il voto. I giornali parlano di money politics, tutti hanno da raccontare una storia di soldi distribuiti in cambio di voti. Ma oggi queste storie escono sui giornali: una volta erano la normalità.
La battaglia politica ora si fa più accesa. I due candidati in gara devono assicurarsi nuovi consensi, i candidati fuori dal gioco metteranno in palio il proprio appoggio. Chi vuole vincere "deve assicurarsi l'appoggio dei militari, dei politici e della burocrazia statale, e degli imprenditori", dice Marzuki Darusman, ex Attorney general (procuratore generale dello stato) che nel 2000 aveva istruito (invano) un processo a Suharto e ora dirige il comitato elettorale dell'ex generale Wiranto, che di Suharto è stato attendente. Così per ora gli osservatori della democrazia si ritirano, e il gioco torna dietro alle quinte. Se ne riparla il 20 settembre
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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