La destra al governo più torva e incompetente d'Europa, quella italiana, ha incassato in pochi giorni un buon numero di rovesci: la contestazione interna dei democristiani, la cacciata di Tremonti, lo stallo della devolution, il voto in commissione contro il Cda Rai e, da ultimo, la sentenza con cui la Consulta dichiara in larga parte illegittima la Bossi-Fini (e non parliamo delle figuracce in politica estera, dello sfascio dei sistemi giustizia e scuola, del disamore del ceto imprenditoriale ecc.). Come dire che la famosa rivoluzione berlusconiana sta fallendo proprio nei suoi aspetti più demagogici, quali l'allegra finanza e il taglio delle tasse, il federalismo, il governo dei media e l'uso degli immigrati come spauracchio pubblico. Ma la sentenza della Consulta, più delle altre falle che crivellano la barca di centrodestra, rivela il vuoto di capacità tecnica che si apre sotto gli slogan populisti e qualunquisti di questa maggioranza. In sostanza, sono dichiarati illegittimi due punti: il primo è quello che prevede il carcere per una mera contravvenzione, cioè il mancato rispetto, da parte del migrante, dell'intimazione di espulsione. Il giudice non può che far scarcerare il migrante, perché la legge non consente la detenzione per quello che non è un reato penale. Il secondo, più sostanziale, è l'oggettiva disuguaglianza davanti alla legge dello straniero espulso, che di fatto non può ricorrere davanti al magistrato contro il provvedimento. Che i "legislatori", cioè i tecnici di partito che hanno elaborato la Bossi-Fini sotto la supervisione politica della Lega e di An, siano incorsi in queste topiche la dice lunga sulla qualità del ceto che ci sta governando.
Ma è fuorviante affermare, come ha fatto nei mesi scorsi, la grande stampa, che la legge Bossi-Fini "non funziona" perché fa impazzire le Questure e i Tribunali per le sue incongruenze, oltre che alimentare fiumi di scartoffie e di fax che bloccano le attività ordinarie delle istituzioni repressive.
Chissà perché a noi sembra più importante il destino delle migliaia di stranieri sballottati tra commissariati e tribunali, in coda interminabile davanti agli sportelli, privi di documenti in attesa del rinnovo - e poi di quelli che sono stati cacciati da un giorno all'altro dai solerti questori perché inquinavano le nostre città, come le donne e tanti minori rispediti verso la loro oscura provenienza con un panino in mano e una bottiglietta d'acqua. O di tutti quelli che finiscono nei Cpt, solo per avere tentato di chiedere asilo nel nostro generoso paese. L'argomento dell'incapacità e dell'inefficienza sembra ben misera cosa davanti a tutta questa sofferenza che cresce intorno a noi. Come non migliore è quello del centrosinistra moderato, che escalama ritualmente : "Vedete, noi sì che eravamo capaci di espellerli!".
No, in contrasto con questi luoghi comuni e con l'ameno parere del Presidente del Senato Pera (che non ha mancato di appellarsi alla necessità di garanzie contro l'insicurezza provocata dai "clandestini"), la sentenza, volente o nolente, mette al centro la necessità cher il diritto protegga anche gli stranieri dagli abusi dell'esecutivo e restituisca al sistema giudiziario la necessaria giurisdizione su queste materie. Quindi, la sostanza politica della sentenza è il primato dei diritti delle persone, garantiti dalla costituzione, sulle pretese esigenze della "sicurezza", interna ed esterna.
Sarà anche casuale, ma non di meno è significativo che la decisione della Corte piova sul governo nel bel mezzo della vicenda Cap Anamur. Qui la retorica della sicurezza ha mostrato tutta la sua sgangherata brutalità. Sudanesi o no che siano, i profughi sono finiti nei Cpt. E il capitano e il presidente della Ong Cap Anamur agli arresti, perché hanno esercitato il dovere di soccorso in acque internazionali. Due logiche complessive sono entrate dunque in rotta di collisione: la violazione dei diritti fondamentali e la tutela dei diritti delle persone.
Come finirà? Stando al parere di qualche Caldaroli o La Russa, magari con l'invenzione del reato di immigrazione clandestina. Ma noi crediamo che anche e soprattutto in questo caso, l'anticostituzionalità formale e il disprezzo per i diritti umani risulteranno ancora più clamorosi. E non è detto che questo non sia un ulteriore inciampo nell'incerto cammino di questo governo...
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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