Sono povere lapidi di lamiera, molte fatte con vecchi coperchi di latta arrugginita. Appese con il fil di ferro e cordini da roccia a un ometto di sassi. Vento, gelo e sole in molti casi hanno semicancellato i nomi dei morti incisi dai compagni a colpi di piccozza. Inizialmente era chiamato "memoriale Gilkey", a ricordo di Art Gilkey, l'americano deceduto nella fallita spedizione del 1953. Ma di lui qui c'è solo il nome, il suo corpo è disperso nel mare di ghiaccio che circonda il K2. Come per la maggioranza dei 57 caduti nel tentativo di arrivare alla cima dagli anni '30 a oggi. Ormai da tempo chi si avventura da queste parti lo chiama semplicemente "il memoriale". Dal 1953 le lapidi sono diventate 44, alcune con i nomi di intere cordate. Sono poste su di uno sperone di roccia rotta, che fa da spartiacque come la prua di una nave tra i ghiacciai Savoia e Godwin Austen. Nelle giornate di bel tempo, dallo sperone si vede la vetta del gigante che lo sovrasta, 3.500 metri più in alto. Un luogo austero, duro. Occorre mezz'ora di strada per raggiungerlo dal campo base. E 10 minuti per salire alle lapidi che si vedono da lontano. Da una parte trionfa il caos della morena sassosa. Dall'altra c'è un laghetto verde zaffiro. Ieri ci siamo tornati, una giornata uggiosa, triste, con le cordate che scendevano incalzate dalla bufera. Abbiamo seguito Lino Lacedelli, che ha voluto aggiungere una piccola lapide dorata a quella già esistente, posta nel 1954 dalla spedizione italiana alla memoria di Mario Puchoz. L'epitaffio è telegrafico: "Cinquant'anni insieme". A fianco ci sono nomi di personaggi che hanno segnato la storia dell' alpinismo mondiale. Primo tra tutti quello di Dudley Wolfe, morto con tre portatori d'alta quota nella celebre e sfortunata spedizione di Fritz Wiesner, che nel 1938 giunse a soli 300 metri dalla vetta. Ardito Desio studiò a fondo i loro errori per elaborare la strategia vincente. E ci sono i nomi delle 5 donne giunte sulla cima - su circa 200 alpinisti dal 1954 ad oggi -. Ma che non sono qui per raccontarcelo. Tra gli italiani ci sono due nuove lapidi. Quella per Renato Casarotto è in ottone, su di un masso un po' defilato. Vicentino, caduto in un crepaccio a poche centinaia di metri dal campo base mentre si ritirava da un tentativo in solitaria del temibile "Magic Line", una linea perfetta che sale alla vetta. Era il 1986, i suoi resti sono emersi dal ghiacciaio l'anno scorso. E la moglie Goretta ha voluto che venissero portati qui, al cospetto delle sue montagne. Resta adagiato invece su di un ghiacciaio pensile il corpo di Lorenzo Mazzoleni, caduto nel 1996 dopo aver raggiunto la cima dallo Sperone degli Abruzzi. La lapide porta solo il suo nome.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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