Cucinare per 22 alpinisti e centinaia di portatori a 45 sotto zero per oltre sei mesi a 5.050 metri. ‟È stata la mia esperienza più dura. Da metà settembre 1987 sino al 28 marzo dell'anno dopo. Non ne potevo più. Ero al seguito di una spedizione internazionale composta da inglesi, polacchi e canadesi. Miravano alla prima invernale del K2. Ma nevicava troppo. Se ne tornarono a casa con la coda tra le gambe. Qui tra le nostre tende sulla morena ai lati del ghiacciaio la neve aveva raggiunto i 5 metri. In alto c' era continuo pericolo di valanghe. Un freddo pauroso. Andavo a letto tutto vestito, con tanto di douvet e tre strati di mutandoni. Ma a mezzanotte tremavo lo stesso”, racconta Farman Labek, 46 anni, 7 figli, originario delle valli degli Hunza, dal 1984 capo cuoco al seguito delle spedizioni straniere che tentano le grandi cime lungo il ghiacciaio del Baltoro. Sta accovacciato presso i fornelli a gas nella tenda cucina del nostro campo base. Labek sorride spesso. Il mondo delle spedizioni è il suo mondo. Con la nostra è stato costretto a imparare a cucinare italiano sin dalla partenza agli inizi di giugno. "Pasta al dente, mi raccomando", gli chiedono. Lui all'inizio non sapeva che volesse dire. Il suo piatto forte è il "dal-bat", il classico riso pakistano condito con verdura speziata. Sapore forte è il curry. Ora si è spinto a preparare la carbonara e la pasta al pesto. E con successo. Sembra coreografia un po' scontata. Ma lo sa bene chi va in montagna quanto sia importante nutrirsi in alta quota. Il mal di stomaco è all'ordine del giorno. Ai cucinieri si chiede il massimo possibile dell'igiene. E loro trascorrono gran parte del loro tempo nel far bollire l' acqua di fusione che scende dal ghiacciaio. Sopra ai 6.000 metri l'inappetenza è la regola. Se non si è fatto buone riserve più in basso, la cima resta una chimera. Labek c'è abituato. Prende sei dollari al giorno, quando un portatore normale sta attorno ai quattro. E tra i suoi privilegi c'è quello di percorre il trekking sino ai campi base senza sacco sulle spalle. Lui non ha nulla a che vedere con il "rito della pesa", quando ogni mattina il loro responsabile con la bilancia in mano controlla che i loro carichi non superino i 25 chili e le tappe di salita vengano rigorosamente rispettate su tabelle note ormai a tutte le agenzie di viaggio. Ma il lavoro del cuoco comporta altri impegni. "Ormai so che i giapponesi vogliono minestre di riso condite con la soia. I gusti degli spagnoli sono invece simili a quelli degli italiani. I polacchi e i cinesi non disdegnano i piatti tradizionali pakistani", spiega. Nelle tappe basse dei lunghi trekking di avvicinamento è ancora lui a controllare che pecore e montoni, condotti vivi al seguito della carovana, vengano macellati e cotti correttamente. Poi però il segreto sarà quello far durare il cibo, evitare gli sprechi e soprattutto variare la dieta il più possibile.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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