Con l'addio di Giulio Tremonti e la promozione di Domenico Siniscalco a ministro dell'Economia, la Banca d'Italia può capitalizzare nei rapporti con il governo la svolta politica delle elezioni europee. Anche sul piano economico-patrimoniale, aspetto non minore e talvolta non pacifico. La prima stesura del disegno di legge sul risparmio, per esempio, prevedeva il trasferimento di immobili della banca alla nuova Consob, e cioè da un soggetto terzo allo Stato, che ha sempre bisogno di soldi. Le altre versioni del ddl non ribadiscono l'idea, ma tanto basta a dimostrare che il rapporto con il governo può sempre avere riflessi patrimoniali importanti. Certo, negli ultimi due anni, il bilancio della banca centrale ha dovuto fronteggiare minusvalenze di 8 miliardi sulle attività in dollari e yen utilizzando, per la copertura, i conti di rivalutazione (in pratica, le riserve derivanti dalle vecchie plusvalenze teoriche consolidate prima dell'euro) e i fondi rischi sui cambi e generici, nel primo caso senza passare dal conto economico, nell'altro sì. Ma la banca ha anche subìto un più ingente prelievo da parte del governo. Nel 2002, Tremonti ottenne un concambio di titoli di Stato vantaggioso per il Tesoro e penalizzante per la banca che compensò la perdita (21,8 miliardi) iscrivendo a conto economico imposte differite attive (ben 7,2 miliardi) e riducendo fondi e conti di rivalutazione (14,6 miliardi). La mossa tremontiana non è senza precedenti. Nel 1992, il governo Amato saldò debiti per circa 80 mila miliardi di lire con la Banca d'Italia grazie al ricavato di un'emissione obbligazionaria di analoga entità nominale, a lunghissimo termine e all'interesse fisso dell'1%, che la banca centrale dovette sottoscrivere, nonostante i tassi di mercato fossero a due cifre. Ricordiamo l'episodio per dire che l'idea di attingere alle risorse della banca è ricorrente, non ha colore politico, e dunque può essere giudicata soltanto in base agli obiettivi: evitare il default dello Stato e cominciare la risalita verso l'euro nel 1992; rispettare i parametri di Maastricht, senza nuove tasse e senza tagliare la spesa corrente e privatizzare le aziende pubbliche, a 10 anni di distanza. Comunque sia, la Banca d'Italia inizia il dopo Tremonti con patrimonio netto e riserve ridotti dai 49 miliardi del 2001 ai 30,5 dell'anno scorso. È vero che, nonostante il salasso, il bilancio non chiude in rosso. Ma è anche vero che l'utile del 2003 è di entità simbolica (52 milioni) e dipende dalla previsione di recuperi fiscali futuri e da crediti d'imposta per 1,1 miliardi e da fondi tassati per altri 2,75 miliardi. Al netto del rendimento degli investimenti riportato a riserva (469 milioni), la gestione ordinaria perde dunque 3,4 miliardi. Stupirsene sarebbe sbagliato: fa parte del mestiere della banca centrale perdere o guadagnare sui cambi. Il punto è come le perdite vengono coperte. La banca centrale ricorre ai conti di rivalutazione e al fondo rischi su cambi, come deve. E poi usa il fondo rischi generici (scelta richiamata dai revisori) e le imposte differite attive in misura rilevante. È stata quest'ultima una decisione prudente? Secondo la Banca d'Italia, sì. Perché un'altra svalutazione del dollaro del 40% in due anni è improbabile e perché le fonti ordinarie di reddito si sono rafforzate. Tra queste spiccano i 10 miliardi di euro tornati all'ovile dalla chiusura del salvataggio del Banco di Napoli e il maggior rendimento (circa mezzo miliardo l'anno) dei titoli di Stato avuti nel 2002. Nel 2003 il rapporto di dare ed avere con il Tesoro cambia segno: l'anno prima, tra oneri finanziari netti, conguagli e dividendi, Banca d'Italia dava 860 milioni; l'anno dopo, tra proventi finanziari netti e imposte attive, se ne segna all'attivo 992. È l'altra faccia dello swap di Tremonti. Che torna ora utile alla banca centrale, e meno al Tesoro.
Con la consulenza tecnica di Miraquota.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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